
Poteva
concludersi a soli ventidue anni la vita di Joe Cahill, uno dei grandi vecchi
dell’Esercito Repubblicano irlandese. Il 28 giugno 1942 venne condannato a morte
insieme a cinque suoi compagni per l’omicidio di un poliziotto ma all’ultimo
momento le condanne furono commutate in appello e soltanto il diciottenne Tom
Williams, comandante della Compagnia C del secondo battaglione di Belfast dell’I.R.A.,
fu impiccato nel carcere di Crumlin road e divenne uno dei più importanti
martiri della storia repubblicana. Tornato libero dopo sette anni e mezzo di
carcere grazie a un’amnistia Joe Cahill avrebbe vissuto altri 60 anni ricoprendo
le più alte cariche dell’organizzazione fino a diventare, alla soglia degli
ottant’anni, vicepresidente onorario del Sinn Fein. “Sono nato in un’Irlanda
unita - disse tanti anni fa - e voglio morire in un’Irlanda unita”. Nato alcuni
mesi prima dell’entrata in vigore della famigerata legge che sancì l’artificiosa
divisione dell’isola, la sua longeva esistenza non è bastata per vedere la
riunificazione – Cahill è morto nel 2004 all’età di 84 anni – ma è stata
sufficiente a fargli vivere in prima persona tutte le fasi topiche della recente
storia irlandese. Con queste premesse era inevitabile che la biografia scritta
dal giornalista di Belfast Brendan Anderson e ora uscita in italiano con
prefazione di Giulio Giorello diventi anche un excursus sugli ultimi sei decenni
di storia del movimento repubblicano. Nonostante l’occasione più unica che rara
il libro evita tuttavia di scavare su molti particolari e riporta una storia un
po’ edulcorata, a tratti addirittura agiografica, basata quasi esclusivamente su
una serie di lunghe interviste rilasciate dal protagonista.
Ripercorrendo la vita e la militanza di Cahill dalle prime, talvolta maldestre,
operazioni dei primi anni Quaranta fino al lavoro diplomatico dei giorni nostri
Anderson sembra quasi voler evitare un’analisi approfondita, si limita in
pratica a registrare quanto affermato dall’anziano leader trasformando
implicitamente il volume in una sorta di autobiografia.
In ottantaquattro anni di vita Cahill non riesce a gioire per la riunificazione
dell’Irlanda ma pochi anni prima di morire vede avverarsi un altro suo grande
desiderio: far trasferire i resti del suo amico Tom Willams da un’anonima tomba
nel carcere di Crumlin road – ormai chiuso da anni – nel cimitero di Milltown,
in “terra repubblicana”. La commovente cerimonia ufficiale della tumulazione
conclude il libro e, simbolicamente, anche l’esistenza di Cahill. Ma fu davvero
Williams a uccidere il poliziotto? O fu invece Cahill a premere il grilletto e
Williams lo salvò dalla forca scegliendo di sacrificarsi per lui? Interrogativi
che il libro non si pone, forse perché è lo stesso Cahill a non parlarne mai
nelle sue interviste. Dopo essere scampato alla morte in modo rocambolesco e
prima di diventare Capo di Stato maggiore dell’Esercito repubblicano Cahill
ricoprì per lunghi anni l’incarico di Quartermaster dell’I.R.A.
occupandosi dell’approvvigionamento delle armi all’estero. Il libro descrive i
contatti con la comunità irlandese degli Stati Uniti – principale fornitrice di
finanziamenti e materiale bellico ai repubblicani del nord – e poi il successivo
legame con la Libia del colonnello Gheddafi, affascinato proprio dalla storia e
dal carisma del leader repubblicano. Nella narrazione di Anderson si respira una
sorta d’ineluttabilità anche nei due fondamentali passaggi che lo stesso Cahill
visse da assoluto protagonista. Prima il ritorno massiccio del movimento alla
lotta armata - all’inizio degli anni Settanta – poi il fatidico passaggio
dalle pistole alla politica, il decennio successivo. Nel primo caso nessuno
è probabilmente in grado di disconoscere il ruolo fondamentale giocato da Cahill
nella ricostruzione del movimento e nel tentativo di allargarlo al di fuori dei
confini delle sei contee del nord. Al contrario il graduale passaggio alla
politica, alle competizioni elettorali, il lento ma inesorabile abbandono
della lotta armata dagli anni Ottanta a oggi è stata invece una svolta molto
meno facile e naturale di quanto il libro di Anderson voglia far credere e le
pesanti critiche che Cahill stesso si è attirato negli anni stanno a
dimostrarlo. Nel suo libro uscito di recente l’attuale numero due di Sinn Fein
Martin McGuinness ha affermato che senza Cahill al proprio fianco la nuova
guardia del partito emersa al famoso Congresso del 1986 non sarebbe mai riuscita
a far approvare la svolta verso l’abbandono dell’astensionismo e l’avvio del
lungo processo di pace. Il prestigio e l’autorità di Cahill all’interno del
movimento repubblicano sono stati decisivi nel momento cruciale della sua storia
recente. Quando si decise di abbandonare quei principi fino ad allora
considerati imprescindibili si garantì che l’obiettivo della riunificazione del
paese rimaneva sacro. Solo il tempo potrà dire se il vecchio Cahill, e chi lo ha
seguito nella sua scelta, avrà avuto ragione. Nel frattempo questa biografia (o
autobiografia?) ci fa conoscere da vicino uno dei leader repubblicani più
importanti ma meno noti fuori dall’Irlanda.