Silvio Cerulli vive
da alcuni anni a Belfast e dal 1997 è corrispondente dall’Irlanda per il
quotidiano “Liberazione”. Essendo da tempo un testimone diretto degli
sviluppi del conflitto nelle Sei Contee e del processo di pace in corso, Cerulli
è riuscito a inquadrare il problema nella sua corretta dimensione. Il libro ha
infatti un taglio giornalistico azzeccato e rappresenta un valido contributo
alla conoscenza della questione irlandese nel nostro paese: le sue pagine ci
conducono attraverso i luoghi del conflitto, a percorrere quella che il titolo
giustamente definisce “una lunga strada”. Purtroppo questa strada appare
lungi dall’essere giunta al termine. Spesso infatti nel nostro paese si è
portati a credere che con l’Accordo siglato due anni e mezzo fa il problema
sia stato definitivamente risolto. Chi, come Irlanda Notizie, segue
giornalmente gli sviluppi di quanto accade nella regione, sa bene che non è così,
e che se negli ultimi mesi il processo di pace si è trovato di fronte a gravi
momenti di impasse e a rischi di rottura non è stato - come la stampa
italiana ha spiegato in modo errato e superficiale - perché l’IRA non
consegnando le armi non ha rispettato gli accordi. Il disarmo preventivo dei
gruppi paramilitari non rientra infatti in quanto sottoscritto a Belfast due
anni orsono. In realtà, a parte gli sporadici exploit di qualche piccola
frangia dissidente, i cattolici irlandesi mantengono da anni un atteggiamento
assolutamente esemplare dimostrando un effettivo impegno nei confronti della
pace.
A oltre due anni da
quell’Accordo appare dunque assai opportuna l’uscita di un libro come quello
di Cerulli che, oltre a presentare un approccio analitico convincente, pone in
primo piano la ricerca di una corretta interpretazione del conflitto. A questo
scopo, la cura nei particolari con cui il tema è trattato – del tutto
necessaria, essendo il problema ancora di tragica attualità - appare utile sia
per chi non conosce affatto la questione che per chi la segue da anni.
Il volume si compone
di quattro parti: “il regime unionista”, “le truppe inglesi”,
“resistenza”, “il processo di pace”, attraverso una suddivisione
apparentemente rigida; in realtà la lettura scorre attraverso un percorso
geografico-narrativo che testimonia un’indubbia conoscenza dei luoghi e della
materia da parte dell’autore, particolare certo non comune ai giornalisti del
nostro paese. Ogni capitolo porta il nome di un luogo, di un paese o di un
quartiere di quell’entità geopolitica artificiale nota al mondo col nome di
Irlanda del Nord: l’insieme delle storie di questi luoghi, abilmente
coordinate dall’autore, costituiscono un resoconto fedele di questi ultimi
trent’anni di conflitto. Molte volte in passato ci siamo soffermati sulla
difficoltà di trattare il conflitto irlandese inquadrandolo nella sua
problematicità senza cadere in approssimazioni o trarre conclusioni affrettate.
Se il libro di Cerulli appare sostanzialmente riuscito laddove altri lavori in
passato avevano fallito o poco erano riusciti ad aggiungere
all’approfondimento del problema all’interno del nostro paese, ciò
significa innanzitutto due cose. In primo luogo, che un tema come quello del
conflitto irlandese, pesantemente condizionato dalla macchina propagandistica
britannica e da sterili strumentalizzazioni ideologiche è più facile
analizzarlo da un punto di vista giornalistico che in chiave storica. A riprova
di questo la pressoché totale assenza di valide opere di storia dell’Irlanda
in italiano. Secondariamente, ciò significa anche che per operare un’analisi
scrupolosa come quella di Cerulli è necessario approfondire tali situazioni sul
campo, rendendosi conto personalmente dei fatti, non dando ascolto a fonti
scarsamente attendibili o filtrate da organi di informazione con sede a Londra.
L'autore preferisce infatti nella maggior parte dei casi dare spazio a
interviste raccolte tra la gente di Belfast, Portadown e Derry: politici,
giornalisti, membri della Chiesa o di comunità di vario genere, ma soprattutto
gente comune che ha vissuto il conflitto sulla propria pelle.
L’approccio
adottato appare dunque convincente perché l’autore si pone completamente al
servizio della gente del Nord Irlanda, dando spazio ai racconti, ai ricordi e
alle confessioni, e queste costituiscono in buona sostanza le fonti del libro.
Il giornalista di “Liberazione” si limita spesso esclusivamente – ma è
senza dubbio abile nel farlo – a coordinare un’insieme di voci e a
confezionare, di conseguenza, un resoconto organico ed esauriente senza
indulgere in giudizi affrettati o in considerazioni mutuate da pareri altrui.
Completa degnamente l’opera una bella rassegna fotografica di Frankie
Quinn dal titolo “le sei contee occupate”. Da rilevare infine che i proventi
ricavati dalle vendite del volume e spettanti all’autore saranno devoluti a
padre Des Wilson per la sua comunità di Springhill a Ballymurphy (Belfast).