Un piccolo gesto sconsiderato

Il processo di pace in Irlanda è in crisi. Non la pace, solo il processo.

di Jeremy Hardy, the Guardian, sabato 5 febbraio 2000

Uno degli appuntamenti fissi del Festival che si tiene ogni estate nel settore ovest di Belfast è la passeggiata sulla Black Mountain. Alla testa del solito eterogeneo gruppo di turisti, artisti del Festival e gente del posto si mette Terry Enright, storico della zona, padre di un giovane ucciso un paio di anni fa dai lealisti, e guida il gruppo lungo un sentiero che, nonostante tutte le volte che è stato percorso, sembra sempre tutto fuorché un sentiero.

L'aria si riempie di aneddoti, racconti, brevi lezioni di storia locale e buonumore; molte delle battute possono risultare un po' oscure, almeno per chi non è mai stato in prigione o imbracciato un Kalashnikov. Neanche un filo di tensione nell'aria, durante la passeggiata, se si eccettua il momento in cui agli Hare Krishna è stato chiesto cortesemente di dare un taglio al loro mantra, che dopo due ore incominciava a mettere a dura prova i timpani della compagnia. Qualcuno penserà che in fondo se la sono cavata con poco: beh, avevano diviso generosamente i loro mandarini con la compagnia.

Uno dei momenti più attesi della passeggiata è lo sguardo dalla scarpata sull'altro versante della montagna. Prima che iniziate a lambiccarvi il cervello alla ricerca di una traccia nei vostri pallidi ricordi di geografia, vi informo che il fenomeno non ha niente a che vedere con ghiacciai, tettonica a zolle, laghi di meandro abbandonato o pluviometri. Si tratta semplicemente di una enorme miniera, da cui proviene la polvere bianca che disegna linee sulle strade, il cui padrone ha acquisito il diritto di spazzare via questo splendido panorama a suon di tritolo.

La prima volta che ho visto tale scempio, ho chiesto a un vecchio militante dell'IRA che camminava con me "non si potrebbe far fuori questo tizio?" Guardandomi divertito, il tipo mi ha detto cordialmente "è ormai dagli anni '70 che non tocchiamo gli imprenditori". Devo aggiungere che il tizio ha ormai lasciato la lotta armata alle spalle, un concetto senza dubbio difficile da accettare in Gran Bretagna, dove molti sono convinti che questa gente lo faccia per vivere e non si possa liberare dalla dipendenza dal mitra. Non sono pochi i giornalisti che trovano difficile credere che gente come questa possa dire addio all'emozione di una vita sul filo del rasoio, in continua fuga dal nemico e dalla morte. Certo, la latitanza è un'ottima scusa per schivare i lavori domestici, ma non sono l'unico che, a trent'anni suonati, ritiene che passare qualche notte a casa non sia poi male.

Le mie ricerche sull'argomento non sono così vaste (ok, sarò sincero: non ne ho mai fatte) e non voglio pretendere, come si legge sui giornali, di "entrare nei processi mentali dell'IRA". Fissare con attenzione gli avventori dei pub di Belfast non mi pare davvero una cosa intelligente, senza contare che non è educato. Tuttavia non posso fare a meno di notare che, se la vita del guerrigliero metropolitano fosse tanto divertente, non vedremmo tanti di loro impegnati al momento in altre occupazioni.

È vero che il mio compagno di gita di quel giorno, pur avendo appeso il mitra al chiodo, avrebbe potuto sempre chiedere a qualcuno nelle alte sfere dell'IRA di mettere la mia proposta all'ordine del giorno della prossima riunione, se avesse trovato degne di discussione le riflessioni di un pennivendolo inglese.

Di recente, l'IRA è stato sommerso di appelli che chiedono che qualcuna delle sue armi venga messa fuori uso: difficile biasimare chi, davanti a queste esortazioni, non può fare a meno di chiedersi chi esattamente esse vogliono convincere. Va bene, siamo onesti: come ogni altro giornalista, anch'io sono pagato per riempire la benedetta colonna, ma non sarebbe bene che noi Inglesi cercassimo di ricordare tutti i guai che abbiamo causato a forza di dire agli Irlandesi quello che devono fare?

Mi direte voi, tanta gente, non solo i giornalisti e i politici inglesi, chiedono la distruzione delle armi: la gente vuole la pace. D'accordo, ma è bene ricordare che la pace e il processo di pace non sono la stessa cosa. Il processo di pace, si dice, è in crisi: non la pace, solo il processo di pace. Questo non significa peraltro che siamo sull'orlo dell'inizio di un 'processo di guerra'.

La leadership dell'IRA è riuscita a impedire una drammatica scissione nell'Esercito Repubblicano Irlandese innanzitutto grazie alla disciplina interna del movimento, ma anche perché non ha dato corso al decommissioning. Cosa avremmo guadagnato da un 'gesto simbolico' di consegna di qualche arma oggi e da un'altra Omagh il giorno dopo?

Troppa gente dà per scontata una scissione nell'IRA, prima o poi, in molti casi soprattutto per la speranza di vedere quelli dell'IRA che si ammazzano fra di loro. Pochi sembrano riflettere sul fatto che molta altra gente ne patirebbe le conseguenze.

Sono giorni difficili, senza dubbio, ma è bene ricordare che al momento le difficoltà più gravi riguardano l'accordo [del Venerdì Santo, n.d.t.], non la pace. Sono pochi, nell'IRA, quelli che vogliono la guerra. Molti di loro non sono entusiasti del processo di pace, poiché rappresenta il trattamento migliore che avrebbe mai potuto essere concesso agli unionisti. Visto da parte unionista, potrà non essere proprio un piano impeccabile, ma non bisogna dimenticare che l'accordo sigilla quel grande imbroglio che chiamiamo la divisione dell'Irlanda.

A tutti gli effetti, il nostro governo ha ceduto il diritto della Gran Bretagna di terminare il processo di decolonizzazione, che le piaccia o no, in barba alla nostra storia. A che serve invadere terre straniere se poi ci tocca rimanerci, anche quando vorremmo levare le tende?

Se gli unionisti otterranno il 'gesto simbolico' che chiedono, senza dubbio si affretteranno a dire che non è abbastanza. Se nel corso del processo di pace fossero state consegnate delle armi da mettere fuori uso, avrebbero detto che non era garanzia sufficiente dell'impegno dell'IRA per la pace. Peter Mandelson [il Ministro britannico per l'Irlanda del Nord, n.d.t.] ha riconosciuto che l'IRA ha dimostrato un sincero impegno per la pace, ma ha aggiunto che adesso i repubblicani devono dimostrare impegno nel decommissioning.

Ma come diavolo è potuto accadere che una precondizione tanto assurda sia riuscita a far impantanare il processo di pace? Ah già … è stato il governo britannico.

Quando la finiremo di rendere la vita difficile agli Irlandesi?


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traduzione integrale a cura di Irlanda Notizie. L'articolo originale è uscito sul quotidiano inglese the Guardian del 5 febbraio 2000 ed è reperibile sul sito del quotidiano.