Al giovane studioso Calogero Carlo Lo Re, autore di alcuni saggi sulla destra
radicale italiana, è capitato di occuparsi per la prima volta di Irlanda un
paio di anni fa, quando curò (sempre per Antonio Pellicani Editore) il saggio
del politologo irlandese Maurice Manning sul movimento degli anni Trenta delle
Blueshirts o Camicie Azzurre, una delle componenti fondanti del Fine Gael (fino
a oggi il partito della destra filo-britannica nell'Irlanda indipendente),
movimento che in sintonia coi tempi scimmiottava, con scarso successo, i
fascismi continentali, e che venne efficacemente combattuto tanto dal governo di
De Valera quanto dal Movimento Repubblicano. Corroborato da quella esperienza di
curatore, il Lo Re ha lodevolmente voluto cimentarsi con la questione irlandese
(o, in verità, questione inglese della povera Irlanda), frutto, come è noto,
di una storia assai lunga (dal 1169 d.C.!) e estremamente complessa in ogni sua
fase.
Purtroppo bisogna dire che il risultato non è stato quello che si poteva
sperare: analizzare una realtà complicata come quella irlandese, assimilare
l'intera storia di una nazione attraverso decine di testi, porre questi testi
nel loro contesto storico, essere al corrente degli sviluppi politici, economici
e sociali degli ultimi trent'anni (e soprattutto comprenderli!), sono tutti
risultati compiti che disgraziatamente il Lo Re non è stato in grado di
svolgere (se avesse conosciuto Irlanda Notizie, ci sentiamo di dire, forse gli
sarebbero stati più facili).
Il contenuto del libro tradisce del tutto il suo sottotitolo: di
"storia" nel testo del Lo Re non si può assolutamente parlare,
giacché gli unici brani "storici" (che cioè intendano riferire
accadimenti nel loro svolgersi, anche solo nella loro mera dimensione
cronologica) che compaiono nel libro sono citazioni di autori disparati. E tanto
meno si può parlare di "storia critica": se qualcosa manca
completamente nello scritto del Lo Re è proprio il senso critico (quanto al
resto, c'è di tutto, e di più!). Non avendo alcun discernimento, il Lo Re
crede che l'oggettività si possa raggiungere semplicemente dando un colpo al
cerchio, e uno alla botte: il guaio è che sembra non sappia distinguere il
cerchio dalla botte. Infatti il Lo Re trae abbondanti citazioni, con
approvazione equanimemente acritica, da opere di aperti sostenitori della causa
repubblicana irlandese (come, in chiave giornalistica, Silvia Calamati, e, in
chiave storiografica, il compianto Claudio Villi e Laura Salvadori; o come il
sacerdote cattolico irlandese Joe McVeigh), e da quelle degli avversari di tale
causa altrettanto aperti (come l'ex ambasciatore britannico a Dublino John Biggs
Davidson, o il non rimpianto ex arcivescovo cattolico di Armagh Cathal Daly),
quando non addirittura fanatici (come il noto saggista dublinese Conor Cruise
O'Brien, divenuto alla fine di un lungo percorso politico, tutto improntato
all'anti-repubblicanesimo più rabido, esponente ufficiale dell'unionismo
nord-irlandese intransigente e contrario agli Accordi di Belfast del partito di
Robert McCartney).
Allo stesso modo Lo Re riporta abbondantissime citazioni (onde dare qualche
convalida ad alcune sue tesi quantomeno peregrine) tratte dal libro di chi era
allora un marxista cristiano, e intendeva davvero comprendere la situazione
irlandese; libro peraltro utilissimo e serio quando venne stampato (aprile del
1974). Ma Lo Re non sembra minimamente avvedersi del fatto, palese a chiunque,
che dopo più di ventisei anni quel libro (si tratta di Dossier Irlanda di Paolo
Giuntella) è necessariamente, e irrimediabilmente, datato. Da allora molta
acqua è passata sotto i ponti, e sono accaduti molti eventi, alcuni proprio
poco dopo la pubblicazione del libro di Giuntella, che hanno smentito nei fatti
alcune delle tesi e delle interpretazioni proposte allora dall'autore (che non
le convaliderebbe ora), proprio quelle che il Lo Re fa proprie, portando l'ormai
obsoleto testo a sostegno.
Al tempo stesso, viene citato con smisurata approvazione il libro, in realtà di
scarsa rilevanza, del protestante ecumenista italiano Paolo Naso (Il verde e
l'arancio, 1996), cui Lo Re attribuisce molte scoperte dell'acqua calda,
prendendoci per il… naso, col dedicarvi un intero capitolo di citazione/
recensione. Il Naso, secondo Lo Re, scoprirebbe ad esempio che il conflitto in
Irlanda del Nord non è una guerra di religione tra cattolici e protestanti. Che
sorpresa, davvero! Se si prescinde dalla propaganda britannica (e dai suoi
seguaci nella stampa e nei mass-media italiani), lo sanno tutti. Altra supposta
geniale scoperta del Naso, mirabile sostenitore di nuovi ordini mondiali "multiculturali",
omologanti e umanitari, è che certi conflitti non se ne vogliono invece andare
via (come è giusto che sia, finché non venga ristabilita la giustizia,
concetto di cui i Naso/NATO "umanitari" sono usi farsi le beffe). E
ancora, e qui casca l'asino, terza geniale scoperta del Naso esaltata da Lo Re,
c'è il ruolo non dei community centres che da due decenni crescono
autonomamente nei quartieri popolari delle 6 Contee dell'Irlanda del Nord,
dapprima in quelli repubblicani e poi in quelli lealisti, gestiti in genere da
ex-prigionieri politici, e che, tendendo a ricostruire il tessuto sociale e
l'autodeterminazione di comunità sconvolte dalla guerra, sono stati la premessa
del processo di pace sul terreno, ma il ruolo dello screditato (e ormai del
tutto scomparso) gruppo dei Peace People, finanziato negli anni Settanta e
Ottanta dal governo britannico a scopo anti-insurrezionale! Lo sprovveduto Lo Re
riporta con gioia ignorante, in nota, una lunga citazione di Naso (probabilmente
in malafede) a favore di tale banda non troppo pulita. Secondo Lo Re, quindi,
Giuntella - Naso uniti nella lotta! Se fossimo Giuntella, ci offenderemmo.
Con la stessa ecumenica disattenzione per il contesto dei lavori citati, Lo Re
beatamente mescola gli articoli di chi si occupa dell'Irlanda a Il Manifesto e a
Liberazione (con impostazione filo-repubblicana) con quelli dei "velinari"
filo-britannici di Corriere e Repubblica (e qui nessun discernimento anche
quanto alla qualità giornalistica, fondata suppostamente sul distacco
"obbiettivo": L'Avvenire, Il Sole e La Stampa non sembrano
interessarlo). E, comunque, trattandosi di Irlanda, luogo dalla storia
intricata, che senso ha citare come fonti articoli della stampa quotidiana
italiana?
Il sospetto, forte e fondato, è che il Lo Re davvero non si renda conto di
alcuna differenza, e che brancoli in una hegeliana notte in cui tutte le vacche
sono bigie. Già l'idea di basarsi su fonti italiane (e tali citazioni, di
fatto, costituiscono quasi la metà del testo di Lo Re), invece che su fonti
irlandesi e in lingua inglese (forse meno di seconda -o di terza, quarta ecc.
… - mano), risulta idea balzana, e poco seria.
Il risultato è un fritto misto con patate, e con marmellata aggiunta: piatto
davvero indigesto.
Alla fin della fiera, il libro di Lo Re è composto dalle 9 pagine
dell'introduzione dell'ex ambasciatore Ludovico Incisa di Camerana, dalle 99
pagine del saggio del Lo Re (quasi metà delle pagine, come s'è detto, è
costituito da acritiche citazioni), da 40 pagine di una caotica bibliografia a
cura dell'autore, che vorrebbe essere ragionata (!), e da 40 pagine che
ripropongono un testo del marxista britannico Tom Nairn del 1975 (!), già
pubblicato allora dai Quaderni Piacentini.
Le idee dell'autore sono poche, e ben confuse; in compenso, abbondano gli
strafalcioni.
Per iniziare con gli strafalcioni, spiritosamente il Lo Re ci insegna, nella
nota 2 a pag. 34: "Il termine gaelico Árd Fheis è comunemente tradotto in
inglese con high council (letteralmente consiglio alto). In italiano esso può
essere ben reso come comitato centrale o direzione centrale." Peccato per
lui che l'Árd Fheis dei partiti politici irlandesi (non del solo Sinn Féin)
sia semplicemente il congresso annuale del partito: in Inglese sarebbe casomai
supreme assembly, letteralmente assemblea suprema.
Passando alle idee peregrine, mentre prima Lo Re con comune buon senso afferma
che la guerra in Irlanda è stata imposta dalla persistente politica coloniale
dello Stato britannico, e dall'apartheid cui gli alleati degli Inglesi, gli
unionisti irlandesi, facevano soggiacere nelle 6 Contee dell'Irlanda del Nord
nazionalisti e cattolici irlandesi, lo stesso Lo Re vorrebbe poi spiegarci che
il Movimento Repubblicano irlandese (IRA e Sinn Féin) è in realtà un
movimento fascista e "stragista".
Perché fascista? Perché tra 1939 e 1942 alcuni membri militaristi del
Movimento (impegnato allora nella fallimentare Bombing Campaign del febbraio
1939 - marzo 1944 contro l'Inghilterra) presero contatti coi Tedeschi, ritenendo
che si trattasse di alleati oggettivi (il nemico del mio nemico è mio amico),
senza valutare la cosa in termini politici: con risultati quindi politicamente
rovinosi. Altri Repubblicani erano invece andati a combattere in Spagna contro
il fascismo internazionale. Il Lo Re di queste cose ben conosciute (e trattate
approfonditamente dalla storiografia irlandese) sembra non sapere nulla, e le
considera una rivelazione (!), citando a sostegno uno dei consueti deliri
anti-repubblicani dell'unionista C. Cruise O'Brien (pp. 44-45; anche riguardo
all'attendibilità del noto "Cruiser" il Lo Re sembra ignorare tutto).
Il Lo Re dimostra di non conoscere minimamente la storia pluridecennale del
Movimento Repubblicano irlandese, sulla quale, magari, alcuni dei libri citati
nella sua bibliografia (ma da lui non letti) avrebbero potuto dargli alcuni
lumi.
Il Lo Re sostiene poi che i Repubblicani dimostrano di avere "un culto del
sacrificio e della morte molto simile a quello fascista" (pag. 46, nota
29), e di condividere "tratti minori tipici dell'ideologia fascista"
(pag. 46). Ha il Lo Re mai sentito parlare di movimenti di liberazione
nazionale? o di movimenti di lotta armata? o di eserciti? Il culto dei martiri,
la commemorazione dei caduti, sono comuni a tutti i movimenti di liberazione
nazionale (di destra, sinistra o centro), compreso il Risorgimento italiano; e,
inoltre, a tutti gli eserciti moderni e movimenti di lotta armata (e l'Esercito
Repubblicano Irlandese ritiene di rientrare in tutte e tre le categorie). La
cosa ha a che fare con gli archetipi collettivi, non con l'ideologia politica.
Inoltre i Repubblicani irlandesi sarebbero in realtà fascisti, sostiene il
povero Lo Re, perché nel 1974 tali li definiva la banda staliniano-riformista
dei cosiddetti Officials. A tale fine, ridicolmente, il Lo Re riporta più di
sette pagine di un'intervista concessa nel 1974 dal portavoce degli Officials a
Paolo Giuntella (pp. 35-42). Chi erano gli Officials? Dei pacifisti (come sembra
credere l'incauto Lo Re)? Gli Officials, sedicenti marxisti, forniti dall'URSS
di alcuni carichi di armi tra 1971 e 1973, si rivelarono di lì a poco una banda
di spietati assassini anti-repubblicani. Nel dicembre 1974, pochi mesi dopo la
pubblicazione in Italia del libro di Giuntella, i marxisti rivoluzionari in
buona fede che ne facevano parte, resisi conto dell'inganno, uscirono dagli
Officials, costituendo il Partito Socialista Repubblicano Irlandese (IRSP), e in
seguito lo INLA. La dirigenza degli Officials (che erano in cessate il fuoco con
lo Stato britannico) decise di sterminare fisicamente gli scissionisti, con una
faida durata anni (1974-1979) che provocò più di quaranta morti, e tra essi il
leader dello IRSP, Seamus Costello (un'altra ventina di morti venne prodotta
negli stessi anni dagli scontri di questo gruppo di "pacifisti" con i
Provisionals). L'opera venne completata dai servizi segreti britannici che,
travestiti da "paramilitari lealisti", sterminarono il gruppo
dirigente di IRSP e INLA (1980-1981). In seguito gli Officials si dedicarono
allo spaccio di droga e alle rapine (il gruppuscolo così autofinanziato, il
Workers Party, nome con cui si presentano da una ventina d'anni, ha ottenuto
alle ultime elezioni del 1997 meno dello 0,4% dei voti nella Repubblica
irlandese e nell'Irlanda del Nord). Quindi, scrive il Lo Re, del tutto ignorante
di queste cose, i Repubblicani irlandesi sarebbero fascisti perché nel 1974 lo
asserivano gli Officials! Dimostrazione invero convincente.
Così lo sprovveduto Lo Re si permette di pontificare che il conflitto in
Irlanda "di certo sarebbe stato meno tragico se a prevalere nella galassia
repubblicana fosse stata l'opzione marxista degli official contrari alla lotta
armata: l'accordo di Stormont dell'aprile 1998 ha dimostrato come sia sempre e
soltanto l'approccio non violento a portare pace, quella speranza di pace ancora
fragilissima che, forse, sarebbe giunta prima se in Irlanda del Nord avessero
prevalso le idee di Bernadette Devlin e degli official."; e aggiunge a
riprova un fervorino del 1974 di John Hume, ovvero Cicero pro domo sua (pp.
46-47 e pag. 47, nota 30). Dobbiamo dire che non ci è capitato finora di
trovare un tale concentrato di castronerie asinine in una sola frase, nemmeno
negli articoli di Altichieri e di Polito. Quanto agli Officials, già abbiamo
detto: erano contrari alla lotta armata solo contro lo Stato britannico, per il
resto erano più che propensi allo sterminio fisico di chi li ostacolava; ed
erano marxisti come Totò Riina. Quanto a Bernadette Devlin McAliskey, parlare
di "idee di B. D. e degli official" è cosa assolutamente indegna,
oltre che grottesca, come sa chiunque abbia la minima conoscenza dell'ultimo
trentennio di storia irlandese: Bernadette Devlin, fondatrice nel 1968 del
gruppo People's Democracy, che radicalizzò il movimento per i diritti civili
portandolo allo scontro con lo staterello orangista dell'Irlanda del Nord (e
aprendo di fatto l'ultima fase del conflitto anglo-irlandese), fu nel dicembre
1974 tra i fondatori dell'IRSP, proprio il gruppo che gli Officials cercarono di
sterminare fisicamente; e pubblicamente si è dichiarata contraria agli Accordi
di Belfast del 1998, che le sembrano un dubbio compromesso. Quanto agli Accordi
di Belfast, il Lo Re li cita, qui e un paio di altre volte, soltanto di
sfuggita, e sembra saperne solo, vagamente, che siano "di pace": del
loro contenuto, di che cosa prevedano, di come siano stati resi possibili, del
processo di pace e dei suoi attori (del Movimento Repubblicano soprattutto, che
lo ha avviato dal 1990 con opera lenta e paziente), Lo Re dimostra di non sapere
assolutamente nulla, e perciò è del tutto incapace di informarne i lettori
("Per una storia critica del conflitto" davvero, come mente in modo
spudorato il titolo del libro!). Gli Accordi del 1998 (che tra l'altro
registrano l'accettazione della futura unificazione dell'Irlanda da parte del
governo britannico) sono stati resi possibili proprio dalla resistenza armata
degli indipendentisti repubblicani irlandesi, che l'Inghilterra non è riuscita
a piegare nemmeno con un quarto di secolo di guerra coloniale: proprio
l'impossibilità di sconfiggere l'Esercito Repubblicano Irlandese ha infine
costretto gli Inglesi al tavolo della trattativa. E l'insieme del processo di
pace è stato il frutto di una strategia deliberata e determinata dal Movimento
Repubblicano, cosa di cui si stanno ora rendendo conto, a proprio danno, gli
unionisti, alleati ormai inutili della potenza imperiale inglese. Il Lo Re
dovrebbe capire che "l'approccio non violento" che ha portato agli
Accordi si è fondato su venticinque anni di lotta armata, e che è venuto
proprio dai "fascisti" (!) dell'IRA e del Sinn Féin.
Oltre che "fascisti", per il Lo Re i Repubblicani irlandesi sarebbero
"stragisti": e deliziosamente raglia, nel titolo del Capitolo Terzo
del suo modestissimo centone, "Lo stragismo sistematico come trait d'union
fra terrorismo repubblicano ed unionista: il peso della Weltanschauung
fascista." Allo scopo di dimostrare questa affermazione peregrina, l'autore
crede di dovere prima dimostrare che i Repubblicani irlandesi non sarebbero
marxisti (e in effetti non si sognano di pretendere di esserlo, perché sono,
per l'appunto, Repubblicani irlandesi). Pertanto Lo Re cita in nota (pag. 45,
nota 28), a riprova, che Marx ed Engels avrebbero condannato
"radicalmente" l'uso della violenza da parte degli indipendentisti
irlandesi (quando ci sono altrettanti scritti dei due che invece esaltano la
radicalità e la violenza della lotta di liberazione irlandese come leva per la
distruzione del capitalismo britannico e mondiale), e sempre a riprova cita in
un'altra nota (pag. 51, nota 2) una ridicola antologia pubblicata da una casa
editrice del PCI nel 1978 per dimostrare la "radicale condanna" di
Marx, Engels e Lenin (autore che, come dimostrano sia molti degli scritti resi
pubblici in precedenza, sia quelli resi accessibili dopo il crollo dell'URSS nel
1991, di terrore e terrorismo era un intenditore) per il "metodo
terroristico".
E Lo Re rileva come "L'attività dell'IRA […] si è distinta nel corso
degli anni per l'uso indiscriminato di esplosivi e per una netta propensione
alla strage" (pag. 50). Pontifica poi il nostro autore, trasformatosi in
teorico della lotta armata, meditando sulla poca affidabilità delle bombe:
"È la volontà di dare la morte in maniera indiscriminata che connota il
gruppo terroristico, nettamente distinguendolo dalle formazioni che portano
avanti un proprio progetto politico radicale eliminando solo obbiettivi
selezionati." (pag. 51). Non c'è dubbio che molte bombe dell'IRA (così
come, molto dopo, quella di Omagh del 1998 degli scissionisti repubblicani
avversi al processo di pace), specie negli anni Settanta, abbiano comportato una
perdita di vite umane tra i civili delle 6 Contee inutile e insensata,
moralmente e politicamente: ma nessuno (che non sia uno sciocco o un
propagandista dello Stato britannico) potrebbe negare che la lotta armata
dell'IRA non si sia limitata alle bombe, e che abbia colpito principalmente
"obbiettivi selezionati", i soldati e poliziotti della potenza
occupante; e che poi, dalla fine degli anni Ottanta, gli esplosivi dell'IRA
abbiano invece colpito al cuore, in Inghilterra, il sistema economico
dell'occupante, contribuendo a convincerlo a cercare una via d'uscita pacifica.
Del resto, secondo questa definizione di Lo Re, "gruppo terroristico"
fu il FLN algerino; "gruppo terroristico" i marxisti vietnamiti;
"gruppo terroristico" gli Anglo-Americani nella Seconda guerra
mondiale; "gruppo terroristico" gli Stati Uniti negli ultimi
sessant'anni; "gruppo terroristico" la NATO in Kossovo; per non
parlare di tutti gli altri. Secondo Lo Re, tutti terroristi e tutti
"fascisti".
Tutti fascisti? Infatti Lo Re genialmente adotta come categoria (citando come al
solito qualcun altro) "la personalità tendenzialmente stragista",
frutto della "Weltanschauung fascista", che vorrebbe, in guerra,
eliminare i nemici (pp. 51-52). Così, tutti fascisti: in Irlanda, i
Repubblicani, gli Unionisti, e gli Inglesi; e, ci si immagina, fascisti i
nazifascisti, fascisti i partigiani che li combattevano, fasciste le truppe
alleate; fascisti i soldati di Napoleone, fascisti i loro nemici; fascisti i
bolscevichi, fasciste le truppe zariste; fascisti i Romani, fascisti i
Cartaginesi; fascisti tutti e sempre quelli che consapevolmente prendono parte a
una guerra. Tutti fascisti, prodotti dello "Ur-Fascismo" di Umberto
Eco (!: pp. 52-53), ai quali è però difficile (per bontà del Lo Re) applicare
il "cleavage destra/sinistra" (pag. 51, nota 4).
Date queste profonde premesse, al Lo Re appare logico che "l'IRA e gli
squadroni della morte lealisti" (Shankill Butchers inclusi) non siano altro
che "due facce della stessa 'moneta' di estrema destra" (pag. 54), e
che, "quale che sia l'ideologia dei militanti e repubblicani, e lealisti,
una cosa è certa: la loro prassi è quasi sempre di stampo squisitamente
fascista" (pag. 56).
Su tali fondatissime conoscenze dell'Irlanda, delle sue forze politiche e della
sua storia, il Lo Re conduce il suo benintenzionato sproloquio, di cui non è
possibile divinare la tesi (e che si conclude, a pag. 119, con l'evangelico
"Beati i costruttori di pace."). Inutile dire che il discorso non
sembra avere né capo né coda: un centone di citazioni disparate, vagamente
collegate per argomento, con digressioni che ricordano il proverbiale cavolo a
merenda (vedi ad esempio le due pagine e mezzo di nota sull'anglicanesimo nei
suoi fondamenti teologici, costituita come al solito di citazioni, in pp.
101-104; o le assurde lunghe citazioni del giurista Pietro Barcellona, in pp.
84-89). L'impressione che si può ricavare è che il Lo Re abbia raccattato la
prima dozzina di testi (quasi tutti in Italiano) che gli è capitata tra le
mani, vi abbia aggiunto un po' di articoli di quotidiani (sempre italiani),
abbia ricavato da tali testi le citazioni che dovevano fare da ossatura al suo
saggio, vi abbia aggiunto propri commenti, più, o meno, sensati, ed ecco!: il
libro è fatto. Nella metà del saggio attribuibile al Lo Re, gli svarioni sono
davvero innumerevoli (e, una volta compresa la serietà delle conoscenze
dell'autore, non ce ne si può meravigliare): ci siamo astenuti dal segnalarli
tutti per non annoiare ulteriormente i nostri lettori, e perché si tratta
davvero di un pozzo senza fondo.
Non sappiamo come l'ex ambasciatore Ludovico Incisa di Camerana, valente autore
di saggi sull'America Latina, che reputavamo fino ad oggi persona seria, si sia
lasciato indurre a firmare la prefazione a questa stravagante e disinformata
filastrocca: aggiungendo inoltre alcuni ulteriori svarioni alla mirabile
collezione del Lo Re. Infatti, l'Ambasciatore avrebbe dovuto sapere, ad esempio,
che il "movimento del Sinn Féin" (pag. 12) nel secolo scorso non
esisteva, essendo stato il Sinn Féin fondato solo nel 1905; presumibilmente
l'Ambasciatore intendeva riferirsi al movimento "feniano",
predecessore del Movimento Repubblicano irlandese del nostro secolo. Così
"L'attentato del Phoenix Park nel 1868 con l'assassinio di otto invitati a
un ricevimento del viceré d'Irlanda" (pag. 12) non può che interessare al
massimo grado tutti quelli che si occupano di storia irlandese, dal momento che
Incisa di Camerana è la prima fonte che lo riporti! Forse si è vagamente
confuso col 1882, quando in quel parco di Dublino il viceré d'Irlanda e il suo
segretario vennero uccisi da un gruppo repubblicano (ma non vi furono
"invitati" coinvolti). Ma lo strafalcione peggiore è quello che
commette a pag. 18, quando fa finta di credere che "il saggio di Calogero
Carlo Lo Re" sia "indispensabile per chi voglia comprendere e
conoscere [la] questione irlandese". Perché, se dobbiamo essere sinceri,
se c'è uno scritto davvero sconclusionato, del tutto disinformato, e, in
sintesi, completamente inutile sulla questione irlandese, è proprio questo di
Lo Re.