di Enrico Terrinoni
Docente di Letteratura Inglese
Università per Stranieri di Perugia

Niente da dire del dublinese Gerard Mannix Flynn è un romanzo
autobiografico. La prima edizione del testo uscì nel 1983 presso una piccola
casa editrice dublinese, la Ward River Press. Fu tradotto in tedesco, smerciato
in qualche migliaio di copie e per anni non fece parlare di sé. Erano tempi in
cui gli scandali, poi divenuti eclatanti, in seno ai vari ordini religiosi che
detenevano il potere assoluto in tanti settori della società irlandese non
avevano ancora raggiunto alcun palcoscenico di notorietà, né catalizzavano
l’interesse dei media o dell'opinione pubblica, in una comunità come quella
irlandese, da sempre estremamente devota al cattolicesimo.
L’eruzione delle innumerevoli denunce nei confronti delle istituzioni cattoliche dell'isola, in seguito a reati di vario tipo, è da datarsi infatti con tutta probabilità agli inizi degli anni novanta. Va fatta iniziare, si crede, con un’imputazione, poi comprovata da fatti inconfutabili, mossa a un noto vescovo di Galway, tale Eamon Casey, molto amato e rispettato nella gerarchia ecclesiale della Repubblica. L’accusa era quella di aver occultato la propria paternità agli occhi della sua comunità civile e religiosa, con tutti i mezzi a propria disposizione, e per un periodo di diciotto anni. In aggiunta a ciò, come poi si scoprì, aveva avuto persino l'ardire di pagare il silenzio della sfortunata ragazza di cui aveva approfittato con i fondi appartenenti alla Chiesa stessa. A tale evento, poi, si sono fatte susseguire controversie dei generi più disparati concernenti la pedofilia, a quanto pare sinistramente diffusa in modo equo tra i prelati celtici dei vari ordini, le violenze sessuali, morali e psicologiche perpetrate per decenni nelle istituzioni di redenzione per giovani mamme e donne considerate traviate, e dunque soggette a rischio di libertinaggio sfrenato, e non ultime le deprecabili vessazioni di ogni tipo ai danni di coloro che Flynn stesso definisce ‘le persone più preziose tra quelle affidate alle loro cure: i bambini’.
Il testo vide dunque la luce in un periodo non sospetto, e la sua ristampa riveduta, a distanza di circa venti anni, presso la Lilliput Press di Dublino, e dunque in Italiano nella collana "Filorosso" di Giano, sembrerebbe sottolineare il carattere profetico della prima uscita. Infatti, in tempi più recenti resoconti di alcuni degli abusi cui Flynn fa cenno, in maniera sempre disincantata, per quanto indiscutibilmente verace e limpida, sono stati oggetto di opere di impatto ben maggiore, come ad esempio il noto e controverso film The Magdalene Sisters di Peter Mullan, o il più recente Song for a Raggy Boy di Aisling Walsh. Con modalità simili, ma sul piccolo schermo, hanno avuto certamente un impatto considerevole i talvolta scabrosi ma rigorosissimi documentari inglesi e irlandesi States of Fear, Dear Daughter e Washing Away the Stain.
Lo scandalo, dunque, che ha gradualmente raggiunto proporzioni ragguardevoli, ha coinvolto e incrinato il rapporto tra un popolo e la sua Chiesa a tal punto che nel 2001 l’Irlanda al suo intero ha contato solamente trenta nuovi seminaristi, a fronte dei centosessantaquattro di trent’anni prima. Basteranno a dare il polso della situazione, in continua e aggravante evoluzione, non già le scuse fornite inequivocabilmente da membri autorevoli dell’establishment statale per la passata connivenza criminale di istituzioni della Repubblica e della Chiesa, né le prese di distanza meno nette, arrivate dagli scranni aulici del clero irlandese, sempre tese a isolare chiaramente i singoli casi dalle responsabilità superiore della “pressoché ignara” istituzione religiosa. Invece, per comprendere la realtà in questione sarà utile considerare come si sia reso necessario, per evitare una vera e propria bancarotta nei conti dello stato, l’imporre un tetto agli indennizzi in denaro da corrispondere alle vittime degli abusi, visto il numero straordinariamente ampio delle accuse non solamente presentate, ma indagate, accertate, e passate finalmente in giudizio.
In tale contesto, ci si dovrà necessariamente domandare quali siano state le vere intenzioni dell’autore di Niente da dire: se egli abbia voluto dar forza a una denuncia lungimirante, passata quasi sotto silenzio venti anni prima, o se invece l’opera abbia finalità e tensioni prettamente artistiche e quindi esuli per quanto possibile dalla volontà di scagliare anatemi e condanne generalizzate. A ben vedere, Flynn non tradisce il mandato esposto nella sua premessa, la quale peraltro è stata scritta nel 2003, e mai potrebbe valere come programma del testo. Spiega infatti l’autore: Non avevo intenzione di parlare degli abusi o del sistema dei riformatori che vigeva in Irlanda, ma solo di scrivere un libro sul mondo dell’infanzia, e di dire tutta la verità possibile attraverso gli occhi di un undicenne di nome Jamie O’Neill.
Dire tutta la verità, come si sa, è opera ardua; ma è proprio il “dirla per quanto possibile” che dovrà interessare il lettore, e il critico in sede di analisi. Infatti, senza dubbio esiste, ed è evidente nelle maglie del testo, una tensione verso il resoconto diretto, mai mediato, come se davvero a parlare non fosse un adulto ma un bambino. I continui flashback sono un efficace testimone di ciò, insieme con la volontà di ristabilire un ritaglio di verità, mai partendo da un punto di vista condiviso dal lettore, ma sempre e solo dalle impressioni strettamente personali e particolari del piccolo protagonista. E infatti, nonostante le sue sporadiche manifestazioni di insubordinazione, ovviamente comprensibili, nei confronti dei soprusi ingiustificati e gratuiti dei preti, a mancare negli atteggiamenti del giovanissimo detenuto, e nel suo rapporto con gli altri sventurati suoi simili, è proprio quel senso di cameratismo, di organizzazione, di solidarietà al grido “l’unione fa la forza”, condizione unica da cui potrebbe nascere un atteggiamento di condanna, o di rigetto ideologico del sistema coercitivo vigente.
Una precisa messa alla berlina dello status quo e della presunta perversione morale dei prelati responsabili dell'istituzione rieducativi in cui James O'Neill, e il suo creatore, Mannix Flynn, hanno risieduto, è quindi difficilmente reperibile nel testo; non perché l’autore voglia scagionarsi da una qualche incombenza frustrante a livello politico, e dunque per lui controproducente, in uno stato cattolico per antonomasia come lo era l’Irlanda, almeno fino a qualche decennio fa. Le battaglie di Flynn contro il sistema di cui egli stesso è uno dei survivors, sono infatti note in tutta l’isola e spesso hanno fatto discutere, negli ultimi tempi, l’opinione pubblica. Al contrario, una esplicita presa di distanza da quelle realtà vergognose esula dal testo proprio perché a parlare è un bambino; e si sa, una sua reazione da intellettuale, psicologicamente compiuta nei confronti di soprusi subiti, sarebbe inimmaginabile, se non narrativamente incongrua. Il personaggio James O’Neill, esperto in furti occasionali, ragazzinate e scorribande metropolitane, non mostra mai velleità di giudizio, e men che meno di condanna del sistema in cui vive. La sua è una semplice descrizione di sensazioni, impressioni, e rielaborazioni eminentemente personali di un vissuto tragico e doloroso.
D’altro canto, la materia della narrazione, autobiografica se altre mai, indurrebbe lo scrittore adulto a prendere posizioni, diciamo, più “a effetto” nei confronti di ferite ancora aperte del suo passato, e di quello di tanti coetanei finiti anche peggio. Stupisce, in qualche maniera, l’assoluto disincanto di questo scrittore, provato nella realtà da innumerevoli esperienze di rieducazione, scontate in istituzioni di reclusione di ogni tipo, nel raccontare con una levità e un lirismo che definirei tragico, le proprie vicissitudini più intime e i tanti traumi giovanili. Una condanna morale silente esiste, ma non è affidata alle intenzioni esplicite del protagonista. Invece, si fa strada lentamente tra le righe, in quei suoi atti di continua resistenza quasi inconscia alla violenza che lo circonda. Si tratta di una consapevolezza estremamente matura per un bambino, giacché involontaria e giunta come si suol dire “per forza di cose”, nella solitudine del più triste abbandono. In una narrazione di brucianti esperienze vissute, taluni ricordi gioviali assumono infatti valore catartico, e grazie a loro il protagonista ritrova per sé sollievo, levità e coraggio nell’affrontare l’ambiente ostile che lo costringe.
Ciò conduce, dunque, a prestare brevemente attenzione a una discussione di tipo stilistico e riguardante il genere letterario dell'opera. Sarei incline a considerare Niente da dire, seppure per percorsi obliqui, come affine ad altri testi che si vuole appartenenti un tipo di narrativa di certo marginale nella storia della letteratura, ma da sempre estremamente viva e produttiva sul palcoscenico irlandese: quella dei cosiddetti Prison Writings. E’ categoria di cui coordinate estetiche comuni e condivise sarebbero difficilmente riscontrabili. Si tratta, per dirla in breve, di testi spesso autobiografici incentrati su esperienze carcerarie, o persino composti “fisicamente” in istituzioni di reclusione. Generalmente tendenti verso la letteratura di tipo confessionale, non di rado danno ampio sfogo a una creatività insolita e inaspettata, e anche a uno humour spesso definito “da forca”, peculiare e tipico, forse unico marchio indelebile del genere. In Irlanda comprenderebbe, ma il dibattito è più che mai aperto, opere di ampio respiro e appartenenti a diversi periodi storici, come ad esempio certei scritti di John Mitchel, del fantomatico D 83222, di Brendan Behan, di Gerry Adams e di alcuni autorevoli hunger strikers quali Bobby Sands o Laurence McKeown.
Nel caso di Flynn e del suo romanzo in particolare, com’è ovvio l’esperienza e il vissuto narrato non corrisponderebbero se non per grandi linee a quelle presenti in tante opere degli autori appena citati. Anzi, lo stesso includerla tenderebbe a rimettere in discussione il già fragile terreno dei Prison Writings, su cui invero ancora pochissimo è stato detto e ancor meno teorizzato. Tuttavia, tale apparente alterità, che necessariamente deve inserire nel dibattito nuovi elementi di giudizio oltre a dinamiche e coordinate differenti, tirando così in ballo l’intero sistema penitenziario irlandese come si è venuto a strutturare dall’indipendenza in poi, può giovare alla ridefinizione di un ambito narrativo che nell'isola, per ragioni e contingenze storiche peculiari, si è sempre reso più che fecondo rispetto a molti altri paesi, e che anche oggi continua a produrre frutti di sicuro interesse sociale e culturale.
In un simile contesto, e confrontandosi con quegli autori per vitalità, humour, lirismo e spregiudicatezza, il romanzo di Gerard Mannix Flynn si presenta a testa alta come confessione narrativa e rielaborazione artistica di un vissuto particolarmente difficile da condividere, le cui esperienze vengono messe, con estrema naturalezza, a disposizione del lettore, e non rappresentano mai un monito, un manifesto ideologico, né sono espressione di odio verso l’ipocrisia di certa spiritualità. Invece, costituiscono il cuore e la testimonianza di battaglie morali latenti, resistenze personali segnate da un coraggio unico, a cui solo i bambini, e chi di loro ha la voce, possono più ricorrere.