di Gaja Cenciarelli
"[…] se tu uscissi da quella porta e incontrassi il te
stesso di vent'anni, non ti riconosceresti […]. Ma siccome siamo in costante
comunicazione con noi stessi, non notiamo i cambiamenti che ci accadono, e,
credimi, tutto cambia, è un cambiamento graduale, cambiamo ogni momento. Tutto,
aspetto, forma, intenzioni, principi, gusti, pensieri, sentimenti […]. È come
se morissimo un milione di volte ogni momento. La vita è una serie di morti e
rinascite… e sono sicuro che la morte non è diversa… ".
Passion Play non è un romanzo: sono tanti romanzi.
Non è una sola storia: sono tante storie perché tanti sono i personaggi che la
animano e che sono necessari l'uno all'altro, in una combinazione inestricabile
di caratteri, pensieri, destini, parole.
È un'opera che può essere osservata ed esaminata da più di un punto di vista
e sempre si presenterà diversa, sempre si arricchirà di un nuovo particolare,
di un dettaglio illuminante.
"Humour nero"? Certamente, ma non solo. Se fosse un colore - infatti -
non sarebbe il nero, che è l'assenza di ogni colore, ma di sicuro il bianco che
in sé li riunisce tutti. Sarebbe un colore dalle infinite sfumature.
Ed è, infatti, un romanzo costruito su molti livelli: quello linguistico, ad
esempio, che, per quanto riguarda i dialoghi, sembra tessuto sulla trama dei
romanzi di Roddy Doyle. Dialoghi intensi proprio perché linguisticamente veri,
che caratterizzano fortemente i personaggi.
Uno dei traguardi raggiunti da questo romanzo è, effettivamente, quello di aver
dato vita a personaggi reali, di carne e di sangue, che spiccano all'interno
della narrazione, che si imprimono nella mente a prescindere dalle circostanze
in cui si trovano a vivere.
E, d'altro canto, le storie dei personaggi costituiscono un altro livello -
fondamentale - d'interpretazione del romanzo. Paulo/Pluto, suo padre, Pirlone,
Tragic Ted, Rosino, Georgie, sono tutti, in un modo o nell'altro, incarnazioni
ed evoluzioni (tragiche) di quel senso di immobilismo e pietrificazione di cui
Joyce per primo si fece portavoce con Gente di Dublino e con l'Ulisse.
Pur avendo, Creedon, dichiarato in un'intervista concessa a Fiorenzo Fantaccini,
traduttore di Passion Play (altra conditio sine qua non per il successo
di questo romanzo: il suo traduttore) di non aver mai letto l'Ulisse,
nondimeno, il protagonista - ed i comprimari - sembrano riconoscere come padre
letterario lo stesso Joyce e Pluto (che vive a Cork, come l'autore del romanzo),
con i suoi viaggi mentali nel futuro e soprattutto nel passato, ricorda il
vagabondare di Bloom per le strade di Dublino.
L'immobilismo di Pluto, di tutti i suoi amici d'infanzia e dello stesso padre è
una belva che stritola chiunque tenti di fuggire altrove (Tragic Ted), di
"costruire" (Georgie), di cambiare (Rosino), e chiunque (Pirlone) sia
rassegnato a sopportare una non-vita. Come tutti gli altri, Pirlone morirà nel
modo peggiore, colpevole di aver soffocato l'entusiasmo e la speranza.
"Niente era cambiato veramente." dichiara Pluto. "Eravamo
sempre gli stessi di quando giocavamo alla diligenza sulla strada, le stesse
facce sporche; ci voleva poco per gettare la maschera. Non era importante il
travestimento, un vestito costoso, un fricchettone sporco, un paziente col
cancro o perfino un pazzo come me. Non era importante. Sapevamo quello che
eravamo e questo ci faceva male, perché avevamo passato gran parte della nostra
vita a cercare di abbandonare il luogo da dove proveniamo, ma non è possibile
nascondersi da noi stessi. L'unico a non vendersi fu Georgie, però morì prima
di essere grande abbastanza da capire la differenza. La morte è l'unico modo
per smettere d'invecchiare… l'inizio di una nuova avventura… non può essere
molto peggiore di qui. È questo il senso di ogni cosa?"
Una delle figure più emblematiche del romanzo è il padre di Pluto: un
artigiano ebanista che riusciva a fare un mobile senza usare chiodi né viti e
la cui vita era stata distrutta dall'arrivo dei perni di legno. A nessuno
interessavano più le giunture di legno né gli uomini che sapessero costruirle.
E così, lui cominciò a costruirsi la bara per il suo funerale. Pluto racconta:
"Era come se vedesse morire il suo mestiere davanti agli occhi e in
questo modo si accorgesse anche della sua mortalità. Un giorno gli balenò in
mente che non avrebbe potuto affrontare l'eternità in una qualsiasi scatola di
compensato tenuta insieme da qualche perno. Era un ebanista e solo una bara
adatta a un maestro artigiano sarebbe andata bene. Ecco perché all'età di
cinquantotto anni decise di fabbricarsi la sua bara nella cucina di casa.".
Innegabilmente, il deus ex machina di questo romanzo - permeato di
un'ironia tagliente e intelligente ma, al contempo, tristissimo nelle sue
implicazioni - è la morte, intesa come passaggio (e quindi viaggio,
spostamento, sradicamento da uno stato di pietrificazione) ad un'altra
dimensione in cui si percepisce una diversa realtà. Il soprannome del
protagonista, Pluto, si lega infatti inequivocabilmente al dio dell'Ade così
come tutto il romanzo è strettamente legato alla presenza della religione, a
partire dal titolo inglese che si riferisce ai drammi sulla passione di Cristo.
Ed è proprio ai Vangeli - come dichiarato dall'autore - che si ispira questo
libro.
È un romanzo che, inseguendo il passaggio da una dimensione all'altra, procede
secondo un'impostazione circolare: si apre col suicidio della madre di Pluto e
si chiude con un altro suicidio. In una costruzione narrativa che ben si
presterebbe ad essere sceneggiata - leggendo alcune pagine sembra quasi di veder
scorrere le immagini di un film - Creedon, crea un mondo reale in cui
sopravvivono o muoiono personaggi intensi ed appassionanti di cui si sentiva la
mancanza e che rappresentano una tessera importante nel mosaico della
letteratura contemporanea. Grazie anche all'abilità ed al talento del
traduttore, si riesce ad assaporare profondamente il gusto della musicalità
della lingua irlandese e la sapienza dell'autore nel gestire i dialoghi.
La vita di Pluto, nell'arco dei suoi trentatré anni, è stata un cerchio senza
soluzione di continuità che lui ha percorso ritrovandosi sempre al punto di
partenza. Una vita molto simile alla morte:
"La tragedia della morte è che è definitiva. Vita e morte sono simili
per questo, non hai una seconda opportunità. […] L'unica via per la vita
eterna è morire, disse Gesù, o qualcosa del genere. Comunque, mi ci volle un
sacco di tempo per capire cosa intendesse dire. Non c'è futuro nella vita, solo
il presente, ed è un modo di vivere terribile".
In conclusione, tout se tient in questo romanzo e concordo con Fiorenzo
Fantaccini nell'affermare che: "Passion Play è un romanzo senza perni,
che, proprio come la bara del padre di Pluto, sta insieme grazie a giunture
perfette ma invisibili" che, aggiungo io, sono quelle più resistenti
all'usura del tempo.