Cónal Creedon - Passion Play
pp. 288 £ 25.000 Euro: 12,91 - ISBN: 88 7166 544 9 - 2001, Casa Editrice Le Lettere, Firenze

di Gaja Cenciarelli

"[…] se tu uscissi da quella porta e incontrassi il te stesso di vent'anni, non ti riconosceresti […]. Ma siccome siamo in costante comunicazione con noi stessi, non notiamo i cambiamenti che ci accadono, e, credimi, tutto cambia, è un cambiamento graduale, cambiamo ogni momento. Tutto, aspetto, forma, intenzioni, principi, gusti, pensieri, sentimenti […]. È come se morissimo un milione di volte ogni momento. La vita è una serie di morti e rinascite… e sono sicuro che la morte non è diversa… ".
Passion Play non è un romanzo: sono tanti romanzi.
Non è una sola storia: sono tante storie perché tanti sono i personaggi che la animano e che sono necessari l'uno all'altro, in una combinazione inestricabile di caratteri, pensieri, destini, parole.
È un'opera che può essere osservata ed esaminata da più di un punto di vista e sempre si presenterà diversa, sempre si arricchirà di un nuovo particolare, di un dettaglio illuminante.
"Humour nero"? Certamente, ma non solo. Se fosse un colore - infatti - non sarebbe il nero, che è l'assenza di ogni colore, ma di sicuro il bianco che in sé li riunisce tutti. Sarebbe un colore dalle infinite sfumature.
Ed è, infatti, un romanzo costruito su molti livelli: quello linguistico, ad esempio, che, per quanto riguarda i dialoghi, sembra tessuto sulla trama dei romanzi di Roddy Doyle. Dialoghi intensi proprio perché linguisticamente veri, che caratterizzano fortemente i personaggi.
Uno dei traguardi raggiunti da questo romanzo è, effettivamente, quello di aver dato vita a personaggi reali, di carne e di sangue, che spiccano all'interno della narrazione, che si imprimono nella mente a prescindere dalle circostanze in cui si trovano a vivere.
E, d'altro canto, le storie dei personaggi costituiscono un altro livello - fondamentale - d'interpretazione del romanzo. Paulo/Pluto, suo padre, Pirlone, Tragic Ted, Rosino, Georgie, sono tutti, in un modo o nell'altro, incarnazioni ed evoluzioni (tragiche) di quel senso di immobilismo e pietrificazione di cui Joyce per primo si fece portavoce con Gente di Dublino e con l'Ulisse. Pur avendo, Creedon, dichiarato in un'intervista concessa a Fiorenzo Fantaccini, traduttore di Passion Play (altra conditio sine qua non per il successo di questo romanzo: il suo traduttore) di non aver mai letto l'Ulisse, nondimeno, il protagonista - ed i comprimari - sembrano riconoscere come padre letterario lo stesso Joyce e Pluto (che vive a Cork, come l'autore del romanzo), con i suoi viaggi mentali nel futuro e soprattutto nel passato, ricorda il vagabondare di Bloom per le strade di Dublino.
L'immobilismo di Pluto, di tutti i suoi amici d'infanzia e dello stesso padre è una belva che stritola chiunque tenti di fuggire altrove (Tragic Ted), di "costruire" (Georgie), di cambiare (Rosino), e chiunque (Pirlone) sia rassegnato a sopportare una non-vita. Come tutti gli altri, Pirlone morirà nel modo peggiore, colpevole di aver soffocato l'entusiasmo e la speranza.
"Niente era cambiato veramente." dichiara Pluto. "Eravamo sempre gli stessi di quando giocavamo alla diligenza sulla strada, le stesse facce sporche; ci voleva poco per gettare la maschera. Non era importante il travestimento, un vestito costoso, un fricchettone sporco, un paziente col cancro o perfino un pazzo come me. Non era importante. Sapevamo quello che eravamo e questo ci faceva male, perché avevamo passato gran parte della nostra vita a cercare di abbandonare il luogo da dove proveniamo, ma non è possibile nascondersi da noi stessi. L'unico a non vendersi fu Georgie, però morì prima di essere grande abbastanza da capire la differenza. La morte è l'unico modo per smettere d'invecchiare… l'inizio di una nuova avventura… non può essere molto peggiore di qui. È questo il senso di ogni cosa?"
Una delle figure più emblematiche del romanzo è il padre di Pluto: un artigiano ebanista che riusciva a fare un mobile senza usare chiodi né viti e la cui vita era stata distrutta dall'arrivo dei perni di legno. A nessuno interessavano più le giunture di legno né gli uomini che sapessero costruirle. E così, lui cominciò a costruirsi la bara per il suo funerale. Pluto racconta:
"Era come se vedesse morire il suo mestiere davanti agli occhi e in questo modo si accorgesse anche della sua mortalità. Un giorno gli balenò in mente che non avrebbe potuto affrontare l'eternità in una qualsiasi scatola di compensato tenuta insieme da qualche perno. Era un ebanista e solo una bara adatta a un maestro artigiano sarebbe andata bene. Ecco perché all'età di cinquantotto anni decise di fabbricarsi la sua bara nella cucina di casa.".
Innegabilmente, il deus ex machina di questo romanzo - permeato di un'ironia tagliente e intelligente ma, al contempo, tristissimo nelle sue implicazioni - è la morte, intesa come passaggio (e quindi viaggio, spostamento, sradicamento da uno stato di pietrificazione) ad un'altra dimensione in cui si percepisce una diversa realtà. Il soprannome del protagonista, Pluto, si lega infatti inequivocabilmente al dio dell'Ade così come tutto il romanzo è strettamente legato alla presenza della religione, a partire dal titolo inglese che si riferisce ai drammi sulla passione di Cristo. Ed è proprio ai Vangeli - come dichiarato dall'autore - che si ispira questo libro.
È un romanzo che, inseguendo il passaggio da una dimensione all'altra, procede secondo un'impostazione circolare: si apre col suicidio della madre di Pluto e si chiude con un altro suicidio. In una costruzione narrativa che ben si presterebbe ad essere sceneggiata - leggendo alcune pagine sembra quasi di veder scorrere le immagini di un film - Creedon, crea un mondo reale in cui sopravvivono o muoiono personaggi intensi ed appassionanti di cui si sentiva la mancanza e che rappresentano una tessera importante nel mosaico della letteratura contemporanea. Grazie anche all'abilità ed al talento del traduttore, si riesce ad assaporare profondamente il gusto della musicalità della lingua irlandese e la sapienza dell'autore nel gestire i dialoghi.
La vita di Pluto, nell'arco dei suoi trentatré anni, è stata un cerchio senza soluzione di continuità che lui ha percorso ritrovandosi sempre al punto di partenza. Una vita molto simile alla morte:
"La tragedia della morte è che è definitiva. Vita e morte sono simili per questo, non hai una seconda opportunità. […] L'unica via per la vita eterna è morire, disse Gesù, o qualcosa del genere. Comunque, mi ci volle un sacco di tempo per capire cosa intendesse dire. Non c'è futuro nella vita, solo il presente, ed è un modo di vivere terribile".
In conclusione, tout se tient in questo romanzo e concordo con Fiorenzo Fantaccini nell'affermare che: "Passion Play è un romanzo senza perni, che, proprio come la bara del padre di Pluto, sta insieme grazie a giunture perfette ma invisibili" che, aggiungo io, sono quelle più resistenti all'usura del tempo.


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ultima modifica 27 gennaio 2002