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Nel tardo pomeriggio del 7 marzo 2002, al termine
dello scrutinio delle schede, è stato proclamato il risultato del
referendum costituzionale sull’aborto per cui si era votato il giorno
prima, mercoledì 6 marzo. Il fronte del ‘No’ ha vinto di misura,
con il 50,42% (629.041 voti) dei voti validi; la distanza dal voto per
il ‘Sì’ (49,58%, 618.485) è stata quindi minima, di soli diecimila
e cinquecento voti. Ha votato il 42,89% degli aventi diritto:
percentuale più alta che per il referendum sul Trattato di Nizza del
2001 (34,91%), ma molto più bassa di quella per le elezioni politiche
(in genere circa il 65%). 6.649 votanti hanno annullato la scheda.
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| Aventi
diritto al voto |
2,924,430 |
| Votanti |
42.89% |
| Non
validi |
6,649 |
| Voti
validi |
1,247,526 |
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| SI |
618,489
(49.58%) |
| NO |
629,039
(50.42%) |
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| Il referendum riguardava la proposta governativa di
inserire un emendamento nella Costituzione per rendere illegale e
punibile con 12 anni di galera l’aborto volontario anche nel caso la
donna incinta intenda uccidersi pur di non portare a termine la
gravidanza. |
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1861: l’aborto volontario diventa reato,
punibile con l’ergastolo.
In Irlanda l’aborto volontario era illegale dal 1861, quando venne
promulgata dal parlamento di Londra la ‘Legge sui Reati Contro la
Persona’ (Offences Against the Person Act 1861), che nei suoi Articoli
58 e 59 rendeva reato sottoporsi a un’interruzione volontaria della
gravidanza o aiutare una donna a farlo, e fissava come condanna la
carcerazione fino all’ergastolo.
Nel 1967 con la ‘Legge sull’Aborto’ (Abortion Act) il parlamento
britannico legalizzò l’aborto volontario in Gran Bretagna, abrogando
questi due articoli della legge del 1861: ma tale abrogazione non venne
estesa alle Sei Contee dell’Irlanda del Nord. Anche nelle Ventisee
Contee della Repubblica rimase da allora in vigore la legge vittoriana
del 1861.
Dal 1967 ogni anno dall’Irlanda del sud 7.000 donne, e dalle Sei
Contee altre 2.000, si recano in Inghilterra per sottoporsi all’interruzione
della gravidanza nelle strutture pubbliche britanniche.
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Tra Gennaio 1980 e
Dicembre 1999, almeno 85.559 donne irlandesi hanno abortito in
Gran Breatagna
| ANNO |
TOTALE |
MENO DI
20 ANNI |
20-34
ANNI |
35+
ANNI |
NON
DICHIARA |
| 2000 |
6,381 |
881 |
4,721 |
779 |
- |
| 1999 |
6,214 |
925 |
4,561 |
728 |
- |
| 1998 |
5,891 |
898 |
4,312 |
680 |
1 |
| 1997 |
5,336 |
822 |
3,862 |
541 |
- |
| 1996 |
4,894 |
766 |
3,586 |
541 |
1 |
| 1995 |
4,529 |
698 |
3,264 |
567 |
- |
| 1994 |
4,590 |
628 |
3,264 |
579 |
- |
| 1993 |
4,400 |
659 |
3,162 |
579 |
- |
| 1992 |
4,254 |
716 |
2,994 |
544 |
- |
| 1991 |
4,152 |
700 |
2,876 |
576 |
- |
| 1990 |
4,064 |
667 |
2,881 |
516 |
- |
| 1989 |
3,721 |
588 |
2,624 |
509 |
- |
| 1988 |
3,839 |
556 |
2,768 |
514 |
- |
| 1987 |
3,673 |
512 |
2,671 |
490 |
- |
| 1986 |
3,918 |
569 |
2,858 |
491 |
- |
| 1985 |
3,888 |
574 |
2,827 |
487 |
- |
| 1984 |
3,946 |
556 |
2,904 |
484 |
2 |
| 1983 |
3,677 |
559 |
2,680 |
435 |
3 |
| 1982 |
3,650 |
555 |
2,697 |
397 |
4 |
| 1981 |
3,603 |
556 |
2,655 |
375 |
17 |
| 1980 |
3,320 |
495 |
2,494 |
326 |
5 |
Fonte IFPA - le donne che non
hanno dato un indirizzo irlandese non sono incluse
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1983: emendamento costituzionale antiaborto e
referendum.
Nel 1983, nella Repubblica, gruppi di laici cattolici
fondamentalisti, appoggiati dalla Chiesa, ottennero che il governo
inserisse un emendamento (sottosezione o comma 40.3.3) nell’Articolo
40.3 della Costituzione, l’articolo sui ‘Diritti della Persona’,
al fine di rendere impossibile anche per il futuro la legalizzazione
dell’aborto volontario
.Secondo la Costituzione irlandese in vigore (del 1937) ogni emendamento
alla Costituzione deve essere sottoposto all'approvazione popolare
tramite referendum: pertanto nel 1983 si tenne il referendum
costituzionale, che vide una maggioranza dei due terzi dei voti validi a
favore dell’emendamento antiaborto.
Il comma in questione da allora sancisce che “Lo Stato riconosce il
diritto alla vita del non ancora nato, nel rispetto dell’uguale
diritto alla vita della madre, e garantisce nelle sue leggi di
rispettare, e, per quanto possibile, di difendere e tutelare tale
diritto con leggi opportune”.
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1992: il ‘Caso X’ e il referendum sul diritto
a viaggiare e all’informazione.
Ma nel febbraio 1992 il procuratore generale della Repubblica e il
giudice Costello dell’Alta Corte decisero che si impedisse di andare
ad abortire in Inghilterra a una ragazzina di 14 anni, ‘X’, incinta
per uno stupro subito.
La famiglia presentò ricorso alla Corte Suprema. Questa decise, con una
maggioranza di tre contro due, che l’interruzione volontaria della
gravidanza era legale quando vi fosse un rischio reale e considerevole
per la vita -ma non per la sola salute- della madre, e quando tale
rischio reale e considerevole potesse essere rimosso solo con l’aborto
volontario. Dato che la ragazza aveva minacciato di uccidersi se l’avessero
costretta a far nascere il bambino, ciò costituiva un rischio reale e
considerevole per la sua vita; pertanto le venne permesso di andare in
Inghilterra per porre termine alla gravidanza.
In seguito a questa sentenza della Corte Suprema di Dublino il governo
dell’epoca propose due ulteriori emendamenti all’Articolo 40.3 della
Costituzione per tutelare il diritto di viaggiare e di ricevere
informazioni sull’interruzione volontaria della gravidanza. Essi
vennero approvati dalla popolazione mediante il referendum
costituzionale tenutosi nel novembre 1992. I vescovi della Chiesa
cattolica irlandese in un primo momento avevano dichiarato che i fedeli
erano liberi di scegliere come votare - ma in seguito il nunzio
pontificio in Irlanda, Emmanuel Gerada, fece pressioni su di loro
perché invece si impegnassero per il ‘No’, e cinque tra essi (fra i
quali l’attuale arcivescovo di Dublino, Desmond Connell, anche per
questo premiato nel 1999 con la berretta cardinalizia) accettarono di
dissociarsi in pubblico dalla dichiarazione collettiva che avevano in
precedenza firmato con gli altri vescovi.
Da allora al testo del comma 3.3 dell’Art. 40 della Costituzione,
introdotto nel 1983, che abbiamo riportato sopra, sono stati aggiunti i
due paragrafi: “Questo comma non potrà limitare la libertà di
viaggiare tra questo Stato e un altro Stato. Questo comma non potrà
limitare la libertà di ottenere e di fornire entro questo Stato, entro
condizioni definite per legge, informazioni riguardo a servizi che siano
a disposizione legalmente in un altro Stato”.
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1995-1997: la Legge sulla Regolamentazione dell’Informazione
e il ‘Caso C’.
Per dare articolazione legale agli emendamenti del 1992, nel 1995
venne promulgata la cosiddetta ‘Legge sulla Regolamentazione dell’Informazione’
(Regulation of Information Act), che stabilisce le condizioni in cui
possono essere fornite informazioni riguardo all’interruzione
volontaria della gravidanza (esse possono essere da allora fornite solo
dai servizi di consulenza e assistenza medica e psicologica).
Nel novembre del 1997 i genitori di un’altra ragazzina incinta per
effetto di uno stupro, ‘C’, affidata al servizio medico pubblico e
che intendeva recarsi in Inghilterra ad abortire, presentarono all’Alta
Corte la richiesta che venisse proibito al servizio medico di mandarla
in Inghilterra. Sulla base della sentenza sul ‘Caso X’ il giudice
Geoghegan decise di respingere la richiesta dei genitori, permettendo
alla ragazza di recarsi nel Regno Unito per abortire, ma precisò che
“l’emendamento alla Costituzione non conferisce un diritto ad
abortire fuori dall’Irlanda. Esso si limita a impedire che i tribunali
proibiscano di viaggiare a quello scopo”.
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2002: la proposta di emendamento costituzionale del
governo Ahern.
Dopo il referendum del 1992 e la Legge del 1995 rimaneva comunque
una lacuna nella legislazione ordinaria irlandese riguardo alla
legittimità dell’aborto volontario in caso di rischio di suicidio
della donna incinta.
Nel 1997 Bertie Ahern, leader del Fianna Fáil (FF, partito di
maggioranza relativa, populista di centro e nazionalista moderato) e
capo del governo di Dublino, aveva avventatamente promesso di indire un
referendum sull’aborto volontario in cambio del sostegno al suo
governo da parte di tre deputati rurali indipendenti (e in precedenza
membri del suo partito), Thomas Gildea del collegio di Donegal
Sud-Ovest, Jack Healy-Rae di Kerry Sud e Mildred Fox di Wicklow,
collegati ai gruppi fondamentalisti cattolici attivi nel paese. Nel
richiedere un referendum che annullasse la decisione della Corte Suprema
riguardo al ‘Caso X’ e rendesse più impegnativo il divieto dell’aborto
volontario i tre deputati indipendenti erano sostenuti, almeno
ufficialmente, dalla Chiesa cattolica irlandese nella persona dei suoi
vescovi, e dei suoi diversi organi di stampa (come il popolare
settimanale «The Irish Catholic», in vendita in tutte le chiese la
domenica, portavoce di un cattolicesimo estremamente conservatore).
Tra i laici cattolici, la richiesta dei tre indipendenti era condivisa
da una parte del Fianna Fáil, diretta dal gruppo fondato dal vecchio
senatore Des Hanafin (la cui figlia Mary, eletta nel collegio di Dun
Laoghaire, è ministro nel governo), gruppo di pressione legato alla
Chiesa e già dagli anni Settanta impegnato non solo contro l’aborto
col nome di Pro-Life Campaign (Campagna a Favore della Vita), ma contro
l’introduzione del divorzio (infine approvata dal popolo nel
referendum del dicembre 1995) e contro ogni misura per la separazione di
Stato e Chiesa.
Una serie di commissioni parlamentari di studio, composte da deputati di
tutti i partiti, dalle elezioni del 1997 al novembre del 2000 non era
riuscita a trovare alcun accordo sulla legislazione da varare.
Il governo di Ahern si era quindi impegnato a presentare una propria
proposta di legge. In vista delle elezioni politiche del maggio prossimo
Bertie Ahern aveva deciso di mantenere la sua promessa ai tre deputati
indipendenti, presentando in febbraio le proposte del governo di
ulteriore emendamento all’Articolo 40.3 della Costituzione e di nuova
legge contro l’aborto volontario, poi approvate dal Dáil (il
parlamento irlandese), e indicendo il referendum del 6 marzo su di essi,
emendamenti e legge chiamati nell’insieme ‘Disegno di legge per il
Venticinquesimo Emendamento alla Costituzione (Protezione della Vita
Umana durante la Gravidanza)’.
L’emendamento costituzionale consisteva nell’aggiungere all’Articolo
40.3 due altri comma o sottosezioni. Il primo (40.3.4) dichiarava: “In
particolare, la vita nell’utero del non ancora nato verrà protetta da
quanto viene stabilito nella ‘Legge per la Protezione della Vita Umana
durante la Gravidanza del 2002’ (Protection of Human Life in Pregnancy
Act, 2002)”. Il secondo comma (40.3.5) stabiliva che la Legge in
questione non avrebbe potuto essere cambiata dal solo parlamento, ma che
ogni cambiamento di essa avrebbe dovuto essere sottoposto a un nuovo
referendum popolare (quindi, in sostanza, una misura di legislazione
ordinaria veniva inserita nella Costituzione della Repubblica). La Legge
proposta annullava la sentenza del 1992 riguardo al ‘Caso X’,
abolendo il rischio di suicidio della donna incinta quale motivo
legalmente accettabile per una interruzione della gravidanza. In secondo
luogo essa definiva l’aborto volontario come “distruzione
intenzionale, effettuata con qualsiasi mezzo, della vita umana non
ancora nata dopo che sia stata innestata nell’utero”.
Con questa definizione il governo cercava di ottenere l’appoggio dei
propri membri e sostenitori più anticlericali e ‘liberal’, in
particolare i Democratici
Progressisti o PDs (partito antirepubblicano al governo con il
Fianna Fáil, versione irlandese del thatcherismo liberista). Non per
nulla il Procuratore Generale (Attorney General) della Repubblica,
Michael McDowell, che ha avuto un ruolo di primo piano nella
formulazione della proposta di legge, si è poi candidato alle elezioni
per i Progressive Democrats. Infatti questa definizione poneva
esplicitamente fuori dalla protezione della nuova legge l’embrione non
innestato nell’utero, salvaguardando del tutto la legalità in Irlanda
della ‘pillola del giorno dopo’ e della spirale, e della
sperimentazione su embrioni umani in vitro. Ma, come è noto, al
contrario la Chiesa cattolica sostiene oggi ufficialmente che la vita
umana inizia già dal concepimento, non solo dall’innesto dell’embrione
nell’utero.
In Irlanda, a differenza che in Italia, l’uso della ‘pillola del
giorno dopo’ è consentito su ricetta medica n(ne vengono distribuite
ogni anno circa 250.000, che non è poco, se si pensa che l’intera
popolazione dell’isola è di 5 milioni e mezzo): ma gli stessi gruppi
cattolici che richiedevano un referendum sull’aborto avevano
proclamato l’intenzione di adire le vie legali per farla proibire. L’emendamento
proposto dal governo avrebbe reso ogni ricorso contro la ‘pillola del
giorno dopo’ legalmente quasi impossibile.
La Legge proposta stabiliva inoltre che un “procedimento medico”
(eufemismo per procedimento abortivo) condotto da un medico riconosciuto
in un posto approvato dal Ministero della Sanità (con un regolamento da
stabilire dopo il referendum) al fine di prevenire un rischio reale e
considerevole di morte della donna incinta - escluso però il rischio di
suicidio - non sarebbe stato considerato aborto volontario.
Gli Articoli 58 e 59 della Legge sui Reati Contro la Persona del 1861
venivano aboliti, e la nuova legge stabiliva che chiunque si
sottoponesse a un aborto, lo effettuasse o ne favoreggiasse l’effettuazione
sarebbe stato punibile con la carcerazione fino a 12 anni.
In sostanza un ‘Sì’ agli emendamenti costituzionali e alla nuova
Legge proposti dal governo Ahern avrebbe ristretto il numero di motivi
legittimi per l’interruzione di gravidanza, abolendo tra essi il
rischio di suicidio; avrebbe introdotto una nuova condanna massima di 12
anni di galera per l’aborto illegale (invece dell’ergastolo della
vecchia legge vittoriana); e avrebbe salvaguardato ufficialmente ‘pillola
del giorno dopo’, spirale e ricerca su embrioni in vitro (che erano
messe a rischio dal vuoto legislativo). Un ‘No’ avrebbe invece
mantenuto l’incerto e disagevole status quo in vigore dal 1992 a oggi. |
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Campagna referendaria: gli schieramenti.
Nel corso della campagna referendaria si sono precisati gli
schieramenti. Come i lettori hanno forse già intuito, il referendum
aveva ben poco a che fare con la legalizzazione dell’aborto
volontario, o al contrario con la punizione dell’aborto clandestino,
in Irlanda. Infatti in Irlanda, tanto nelle Sei Contee del nord quanto
nella Repubblica del sud, l’interruzione volontaria della gravidanza
è a tutt’oggi illegale: ma dal 1967 non si registrano casi di aborto
clandestino. Infatti chi intende abortire lo può da allora fare
legalmente, in strutture pubbliche, in Inghilterra (l’intero
procedimento, viaggio compreso, costa circa 500 Euro). Anche se alcuni
(soprattutto gli antiabortisti, come vedremo divisi tra sostenitori del
‘Sì’ e sostenitori del ‘No’) nel corso della campagna hanno
cercato di far credere che il voto riguardasse la scelta tra aborto sì
o aborto no, il voto al referendum, comunque fosse andato, non avrebbe
né impedito né permesso un solo aborto.
La posta in gioco era un’altra: se la Chiesa cattolica, intesa come
gruppo di potere, avrebbe continuato a esercitare nelle Ventisei Contee
della Repubblica una influenza di primo piano sulle leggi dello Stato e
sull’opinione pubblica. Anche se la Chiesa cattolica ultimamente non
aveva più la posizione di potere temporale praticamente illimitato di
cui aveva goduto nelle Ventisei Contee tra 1922 e anni Settanta (si
potrebbe dire che lo Stato Libero e poi la Repubblica d’Irlanda
fossero ‘uno Stato cattolico per gente cattolica’, che rispecchiava
lo Stato unionista delle Sei Contee, invece ‘Stato protestante per
gente protestante’), le caratteristiche integraliste e conservatrici
proprie del cattolicesimo irlandese spingono non solo l’episcopato
cattolico, ma una parte del laicato, a insistere nel cercare di fare
coincidere le leggi della Chiesa con quelle dello Stato.
In questo caso, l’episcopato che dirige la Chiesa irlandese (26
vescovi titolari e 9 vescovi ausiliari), al termine di lunghi negoziati
informali, ha cercato, con qualche opportunismo pragmatico, di fare
riaffermare nelle leggi della Repubblica la propria posizione
antiaborto, e nel contempo di ottenere un vantaggio su un altro terreno,
andando in cambio incontro alle necessità del governo Ahern. Infatti
incombeva ancora la questione degli ingenti risarcimenti da destinare
alle centinaia di vittime di abusi sessuali e di violenze compiuti tra
anni Cinquanta e Settanta (all’apogeo del potere della Chiesa
cattolica nell’isola) da membri del clero ai danni di bambini affidati
alle loro cure nelle molte istituzioni che essi gestivano. La scoperta
differita (avvenuta solo all’inizio degli anni Novanta) di questi
orrori, che erano potuti avvenire nel silenzio per il potere che allora
la Chiesa esercitava nel paese e per la cieca deferenza verso il clero
da parte della popolazione, ha avuto un ruolo importante nel recente
dilagare della secolarizzazione nella società irlandese.
Questi discreti negoziati tra episcopato e governo hanno prodotto un non
decentissimo compromesso: il governo accettava che l’onere maggiore
per i risarcimenti venisse assunto dallo Stato invece che dalla Chiesa e
dagli ordini religiosi implicati; in cambio la Chiesa dava il suo visto
alla proposta governativa sull’aborto da presentare al voto
referendario, anche se essa non seguiva pienamente la linea ufficiale
della Chiesa contemporanea riguardo alla definizione di ‘vita umana
non nata’, facendola iniziare non dal concepimento, ma dalla
installazione nell’utero. Pertanto nel corso della campagna
referendaria l’episcopato cattolico e il suo portavoce, padre Martin
Clarke, hanno invitato, con sempre maggiore intensità, i fedeli a
votare ‘Sì’ alla proposta governativa.
Ma l’integralismo fondamentalista che la stessa Chiesa cattolica
irlandese aveva continuato a favorire negli ultimi decenni ha portato
alla formazione di gruppi per così dire ‘più realisti del Re’, o
meglio ‘più cattolici del Papa’: quale Youth Defence (Difesa della
Gioventù), diretto dal giovane fanatico Justin Barrett, che è
contrario a un’Irlanda unita perché essa conterrebbe troppi
protestanti e impedirebbe l’instaurazione di uno Stato davvero
cattolico (!); quali i sostenitori della Europarlamentare eletta nel
collegio di Connacht-Ulster, Dana Rosemary Scallon, già cantante
vincitrice di Eurovision; quali i piccoli partiti (alle elezioni
prendono solo un inutile 1% dei voti) dell’estremismo cattolico, il
Christian Solidarity Party (CSP, Partito della Solidarietà Cristiana),
il National Party (NP, Partito Nazionale), e Muintir na hÉireann
(Popolo d’Irlanda).
Questi gruppi cattolici fondamentalisti hanno accusato -con qualche
ragione- l’episcopato cattolico di avere svenduto la difesa della vita
e la lotta contro l’aborto volontario in cambio di vantaggi politici,
e di avere tradito la posizione ufficiale del Vaticano. Essi hanno
condotto una vigorosa campagna per il ‘No’.
Il fronte integralista antiabortista si è così spaccato: da un lato,
per il ‘Sì’, la Chiesa cattolica nel suo episcopato e il gruppo del
senatore Hanafin a essa collegato, dall’altro, per il ‘No’, i
gruppi cattolici più estremi.
Sul piano ecclesiastico, al di fuori della
Chiesa cattolica solo alcuni pastori protestanti (in particolare
battisti) si sono schierati per il ‘Sì’; le tre maggiori Chiese
protestanti (Chiesa d’Irlanda anglicana, Chiesa presbiteriana e Chiesa
metodista) hanno invece dichiarato che consigliavano di votare ‘No’.
Sul fronte politico, a favore del ‘Sì’ erano schierati solo i due
partiti di governo, Fianna Fáil e Progressive Democrats: e tra questi
ultimi molti consiglieri locali si sono al contrario dissociati dalla
linea del partito facendo campagna per il ‘No’, consapevoli che l’avere
seguito il Fianna Fáil su questo terreno rischia di affrettare la
scomparsa del piccolo partito liberale. A favore del ‘Sì’ anche
John Bruton, lo spodestato leader del principale partito d’opposizione,
il Fine Gael: ma al solo
scopo di ripagare colla stessa moneta l’attuale leader del partito,
Michael Noonan, che un anno fa con una congiura di palazzo aveva
pugnalato Bruton alla schiena, prendendone il posto.
A favore del ‘No’ erano schierate tutte le altre forze politiche: da
posizioni liberali e a favore della donna il Fine Gael, il partito di
destra filobritannico, che paradossalmente fa parte dell’Internazionale
democristiana (mentre il Fianna Fáil è invece membro del gruppo
gaullista europeo); da posizioni più apertamente favorevoli alla
legalizzazione dell’aborto volontario e femministe, e in modo più
compatto, il Partito
Laburista, insieme ai gruppi minori della ‘sinistra’
irlandese, e ai Verdi. Anche il Sinn
Féin si è alla fine schierato per il ‘No’. |
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Il significato del risultato referendario.
In Irlanda la questione dell’aborto volontario ancora oggi è
scottante: la maggioranza della popolazione non è favorevole alla sua
legalizzazione, come dimostra anche il risultato referendario, in cui il
‘No’ alla proposta governativa antiabortista ha vinto solo grazie al
fatto che hanno votato ‘No’ anche i gruppi cattolici più
estremisti. L’avversione di principio alla legalizzazione dell’aborto
non scaturisce solo dall’intensità della fede religiosa (e nell’Irlanda
del Nord anche buona parte dei fedeli protestanti sono a essa
contrarissimi), ma dall’esperienza storica di una società contadina
sottoposta a ripetuti traumi cataclismici (ultimo la Grande Carestia del
1845 e anni seguenti), vissuti e ricordati come tentativi di genocidio.
La sensazione prevalente è che se gli Inglesi avessero potuto, nei
secoli passati avrebbero dato agli Irlandesi l’aborto non solo
gratuito e assistito, ma obbligatorio!
Così il ‘No’ ha prevalso nelle città: i collegi elettorali di
Dublino, Cork, Galway, Limerick, e Waterford (di misura); fuori delle
aree urbane hanno votato ‘No’ solo i due collegi della contea di
Kildare e quello diWicklow, che gravitano però su Dublino. Le campagne,
dove la percezione dei passati tentativi di genocidio è ancora oggi
più viva, e dove l’aborto, volontario o spontaneo, suona come
qualcosa di comunque assolutamente innaturale, hanno votato
compattamente ‘Sì’. Agli estremi opposti dello spettro delle
diverse Irlande si sono collocati il collegio urbano di Dun Laoghaire
(il porto di Dublino), in cui il ‘No’ ha ottenuto il 68,23%, e
quello rurale di Donegal Nord-Est, ove ha invece prevalso il ‘Sì’
col 70,59%.
Allo stesso tempo questa Irlanda rurale decisamente contraria, per
principio, all’aborto volontario, è prontissima a fare una colletta
per il viaggio in Inghilterra quando una ragazza si trovi in
difficoltà. E anche se molti con il loro voto hanno riflesso questa
strana ipocrisia irlandese, altri sembra si siano finalmente resi conto
del ridicolo della situazione, per cui la legge garantisce alle donne di
andare in Inghilterra ad abortire (e lo Stato incamera una tassa sul
viaggio), ma le minaccia con l’ergastolo (o con 12 anni di galera
secondo la nuova proposta di legge sconfitta al referendum) nel caso
abortissero in Irlanda, ‘l’isola dei Santi’. E, inoltre (cosa che
certo ha influito sul risultato referendario), almeno 300.000 donne
irlandesi hanno fatto quel particolare viaggio in Inghilterra negli
ultimi 35 anni.
Ma non si può dire che il risultato referendario abbia visto dei
vincitori: i ‘liberal’ restano per ora una minoranza in Irlanda, e
la legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza non è
prossima, né nella Repubblica né nel Nord (e non si può nemmeno dire
che l’aborto clandestino sia in alcun modo una piaga sociale in
Irlanda, proprio perché l’Inghilterra è così vicina, a portata di
traghetto).
Il risultato referendario ha prodotto però, decisamente, degli
sconfitti: e nel loro caso le conseguenze politiche sono rilevanti.
Principale parte sconfitta è la Chiesa cattolica nella sua dimensione
di organismo politico diretto dall’episcopato; il referendum ha
dimostrato che essa ormai non controlla più il voto dei suoi fedeli, e
questo segna una tappa storica nel ritardato processo di separazione
dello Stato dalla Chiesa in Irlanda. Non solo, ma si è registrata una
ulteriore erosione dell’autorità morale della Chiesa irlandese.
Infatti avendo essa mantenuto una posizione di rigorismo integralista
anche dopo il Concilio Vaticano Secondo, una parte dei fedeli così
allevati la hanno presa in parola: se nel caso dell’aborto, come
sosteneva la Chiesa, non ci sono sfumature di grigio, un compromesso
come quello negoziato dall’episcopato con il governo di Ahern (e allo
scopo di non dovere pagare i risarcimenti per gli abusi sessuali e le
violenze commessi da membri del clero su bambini!) è del tutto
indecente.
Come ha dovuto riconoscere a malincuore David Quinn, direttore de «The
Irish Catholic»: “I Vescovi hanno investito gran parte della propria
autorevolezza e autorità a favore di questo emendamento costituzionale,
e la sconfitta che esso ha subìto ha reso chiara e impossibile da
negare una cosa, cioè che la loro autorità è ormai respinta,
implicitamente o in modo aperto, non solo da molti cattolici liberali,
ma da molti cattolici conservatori. Se persino i conservatori non
obbediscono più ai Vescovi, allora i Vescovi sono davvero nei guai”
(Giovedì 14 Marzo 2002).
Il crollo dell’autorità politica della Chiesa cattolica nelle
Ventisei Contee renderà più facile, nel prossimo ventennio, la
riunificazione dell’Irlanda.
In secondo luogo l’ala del Fianna Fáil legata alla Chiesa, capeggiata
dal senatore Hanafin, ha subito una sconfitta decisiva. La sconfitta non
avrà invece ripercussioni importanti sul partito nel suo complesso e su
Bertie Ahern e il suo governo: infatti i deputati urbani del partito
strizzeranno l’occhio cercando di fare capire di avere dovuto
introdurre l’emendamento antiaborto solo perché costretti, mentre al
contrario quelli rurali potranno dire ai loro elettori di avere
combattuto, senza fortuna, per una buona causa. Ma gli uni e gli altri d’ora
in poi non vorranno avere niente a che fare, dal punto di vista
politico, con la Chiesa, e si guarderanno bene dal recepirne le
indicazioni in materia politica e legislativa; e soprattutto si terranno
alla larga dalla questione dell’aborto volontario. Il gruppo di Des
Hanafin verrà messo nell’angolo dai colleghi di partito, e i suoi
membri trattati come lebbrosi; quanto a Mary Hanafin, candidata del
Fianna Fáil proprio a Dun Laoghaire, il collegio dove il ‘No’ ha
visto la percentuale più alta, la sua carriera politica sembra finita.
In terza posizione tra gli sconfitti i Progressive Democrats: per non
scomparire alle prossime elezioni avevano cercato di attirare candidati
di alto profilo (motivo del loro declino era che la forma di liberismo
economico che avevano introdotto in Irlanda nell’ultima dozzina d’anni
è stata fatta propria dai due partiti maggiori, Fianna Fáil e Fine
Gael); ora anche quei pochi loro elettori tradizionali che erano
disposti a votarli ancora sono invece indignati perché il partito (la
leader Mary Harney e il candidato Michael McDowell in particolare) ha
appoggiato una legge filoclericale voluta dal Fianna Fáil, venendo per
giunta sconfitto al referendum. Non è improbabile che i PDs vengano
spazzati via alle elezioni politiche del prossimo maggio.
Quarto tra gli sconfitti John Bruton, già capo del governo e leader del
Fine Gael, noto per avere accolto il principe Charles Windsor d’Inghilterra,
durante la sua prima visita a Dublino nel 1995, con un discorso dal
servilismo disgustoso. Il suo tentativo di usare il referendum contro
Michael Noonan che lo aveva spodestato nel partito si è concluso con la
catastrofe, dal momento che il ‘Sì’ non ha prevalso: anche la sua
carriera politica può dirsi finita.
Nell’insieme un referendum poco serio, il cui risultato ha però il
merito di avere liberato il campo, nel prevedibile futuro, da un
argomento religiosamente settario, che in Irlanda divide trasversalmente
-e inutilmente- tutte le parti politiche, e che offriva pretesti alla
resistenza unionista alla riunificazione del paese. |
| I risultati generali
del referendum del 7 marzo 2002 |