AMBIGUO RISULTATO DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE SULL’ABORTO NELLA REPUBBLICA IRLANDESE (6 MARZO 2002): SCONFITTI DI MISURA GOVERNO E CHIESA CATTOLICA, MA NESSUNO PUÒ CANTARE VITTORIA.

a cura di Irlanda Notizie


Nel tardo pomeriggio del 7 marzo 2002, al termine dello scrutinio delle schede, è stato proclamato il risultato del referendum costituzionale sull’aborto per cui si era votato il giorno prima, mercoledì 6 marzo. Il fronte del ‘No’ ha vinto di misura, con il 50,42% (629.041 voti) dei voti validi; la distanza dal voto per il ‘Sì’ (49,58%, 618.485) è stata quindi minima, di soli diecimila e cinquecento voti. Ha votato il 42,89% degli aventi diritto: percentuale più alta che per il referendum sul Trattato di Nizza del 2001 (34,91%), ma molto più bassa di quella per le elezioni politiche (in genere circa il 65%). 6.649 votanti hanno annullato la scheda.

Risultati generali
Aventi diritto al voto 2,924,430
Votanti 42.89%
Non validi 6,649
Voti validi 1,247,526
   
SI 618,489 (49.58%)
NO 629,039 (50.42%)
Il referendum riguardava la proposta governativa di inserire un emendamento nella Costituzione per rendere illegale e punibile con 12 anni di galera l’aborto volontario anche nel caso la donna incinta intenda uccidersi pur di non portare a termine la gravidanza.

1861: l’aborto volontario diventa reato, punibile con l’ergastolo.
In Irlanda l’aborto volontario era illegale dal 1861, quando venne promulgata dal parlamento di Londra la ‘Legge sui Reati Contro la Persona’ (Offences Against the Person Act 1861), che nei suoi Articoli 58 e 59 rendeva reato sottoporsi a un’interruzione volontaria della gravidanza o aiutare una donna a farlo, e fissava come condanna la carcerazione fino all’ergastolo.
Nel 1967 con la ‘Legge sull’Aborto’ (Abortion Act) il parlamento britannico legalizzò l’aborto volontario in Gran Bretagna, abrogando questi due articoli della legge del 1861: ma tale abrogazione non venne estesa alle Sei Contee dell’Irlanda del Nord. Anche nelle Ventisee Contee della Repubblica rimase da allora in vigore la legge vittoriana del 1861.
Dal 1967 ogni anno dall’Irlanda del sud 7.000 donne, e dalle Sei Contee altre 2.000, si recano in Inghilterra per sottoporsi all’interruzione della gravidanza nelle strutture pubbliche britanniche.

Tra Gennaio 1980 e Dicembre 1999, almeno 85.559 donne irlandesi hanno abortito in Gran Breatagna

ANNO TOTALE MENO DI
20 ANNI
20-34
ANNI
35+
ANNI
NON
DICHIARA
2000 6,381 881 4,721 779 -
1999 6,214 925 4,561 728 -
1998 5,891 898 4,312 680 1
1997 5,336 822 3,862 541 -
1996 4,894 766 3,586 541 1
1995 4,529 698 3,264 567 -
1994 4,590 628 3,264 579 -
1993 4,400 659 3,162 579 -
1992 4,254 716 2,994 544 -
1991 4,152 700 2,876 576 -
1990 4,064 667 2,881 516 -
1989 3,721 588 2,624 509 -
1988 3,839 556 2,768 514 -
1987 3,673 512 2,671 490 -
1986 3,918 569 2,858 491 -
1985 3,888 574 2,827 487 -
1984 3,946 556 2,904 484 2
1983 3,677 559 2,680 435 3
1982 3,650 555 2,697 397 4
1981 3,603 556 2,655 375 17
1980 3,320 495 2,494 326 5

Fonte IFPA - le donne che non hanno dato un indirizzo irlandese non sono incluse

1983: emendamento costituzionale antiaborto e referendum.
Nel 1983, nella Repubblica, gruppi di laici cattolici fondamentalisti, appoggiati dalla Chiesa, ottennero che il governo inserisse un emendamento (sottosezione o comma 40.3.3) nell’Articolo 40.3 della Costituzione, l’articolo sui ‘Diritti della Persona’, al fine di rendere impossibile anche per il futuro la legalizzazione dell’aborto volontario
.Secondo la Costituzione irlandese in vigore (del 1937) ogni emendamento alla Costituzione deve essere sottoposto all'approvazione popolare tramite referendum: pertanto nel 1983 si tenne il referendum costituzionale, che vide una maggioranza dei due terzi dei voti validi a favore dell’emendamento antiaborto.
Il comma in questione da allora sancisce che “Lo Stato riconosce il diritto alla vita del non ancora nato, nel rispetto dell’uguale diritto alla vita della madre, e garantisce nelle sue leggi di rispettare, e, per quanto possibile, di difendere e tutelare tale diritto con leggi opportune”.

1992: il ‘Caso X’ e il referendum sul diritto a viaggiare e all’informazione.
Ma nel febbraio 1992 il procuratore generale della Repubblica e il giudice Costello dell’Alta Corte decisero che si impedisse di andare ad abortire in Inghilterra a una ragazzina di 14 anni, ‘X’, incinta per uno stupro subito.
La famiglia presentò ricorso alla Corte Suprema. Questa decise, con una maggioranza di tre contro due, che l’interruzione volontaria della gravidanza era legale quando vi fosse un rischio reale e considerevole per la vita -ma non per la sola salute- della madre, e quando tale rischio reale e considerevole potesse essere rimosso solo con l’aborto volontario. Dato che la ragazza aveva minacciato di uccidersi se l’avessero costretta a far nascere il bambino, ciò costituiva un rischio reale e considerevole per la sua vita; pertanto le venne permesso di andare in Inghilterra per porre termine alla gravidanza.
In seguito a questa sentenza della Corte Suprema di Dublino il governo dell’epoca propose due ulteriori emendamenti all’Articolo 40.3 della Costituzione per tutelare il diritto di viaggiare e di ricevere informazioni sull’interruzione volontaria della gravidanza. Essi vennero approvati dalla popolazione mediante il referendum costituzionale tenutosi nel novembre 1992. I vescovi della Chiesa cattolica irlandese in un primo momento avevano dichiarato che i fedeli erano liberi di scegliere come votare - ma in seguito il nunzio pontificio in Irlanda, Emmanuel Gerada, fece pressioni su di loro perché invece si impegnassero per il ‘No’, e cinque tra essi (fra i quali l’attuale arcivescovo di Dublino, Desmond Connell, anche per questo premiato nel 1999 con la berretta cardinalizia) accettarono di dissociarsi in pubblico dalla dichiarazione collettiva che avevano in precedenza firmato con gli altri vescovi.
Da allora al testo del comma 3.3 dell’Art. 40 della Costituzione, introdotto nel 1983, che abbiamo riportato sopra, sono stati aggiunti i due paragrafi: “Questo comma non potrà limitare la libertà di viaggiare tra questo Stato e un altro Stato. Questo comma non potrà limitare la libertà di ottenere e di fornire entro questo Stato, entro condizioni definite per legge, informazioni riguardo a servizi che siano a disposizione legalmente in un altro Stato”.

1995-1997: la Legge sulla Regolamentazione dell’Informazione e il ‘Caso C’.
Per dare articolazione legale agli emendamenti del 1992, nel 1995 venne promulgata la cosiddetta ‘Legge sulla Regolamentazione dell’Informazione’ (Regulation of Information Act), che stabilisce le condizioni in cui possono essere fornite informazioni riguardo all’interruzione volontaria della gravidanza (esse possono essere da allora fornite solo dai servizi di consulenza e assistenza medica e psicologica).
Nel novembre del 1997 i genitori di un’altra ragazzina incinta per effetto di uno stupro, ‘C’, affidata al servizio medico pubblico e che intendeva recarsi in Inghilterra ad abortire, presentarono all’Alta Corte la richiesta che venisse proibito al servizio medico di mandarla in Inghilterra. Sulla base della sentenza sul ‘Caso X’ il giudice Geoghegan decise di respingere la richiesta dei genitori, permettendo alla ragazza di recarsi nel Regno Unito per abortire, ma precisò che “l’emendamento alla Costituzione non conferisce un diritto ad abortire fuori dall’Irlanda. Esso si limita a impedire che i tribunali proibiscano di viaggiare a quello scopo”.

2002: la proposta di emendamento costituzionale del governo Ahern.
Dopo il referendum del 1992 e la Legge del 1995 rimaneva comunque una lacuna nella legislazione ordinaria irlandese riguardo alla legittimità dell’aborto volontario in caso di rischio di suicidio della donna incinta.
Nel 1997 Bertie Ahern, leader del Fianna Fáil (FF, partito di maggioranza relativa, populista di centro e nazionalista moderato) e capo del governo di Dublino, aveva avventatamente promesso di indire un referendum sull’aborto volontario in cambio del sostegno al suo governo da parte di tre deputati rurali indipendenti (e in precedenza membri del suo partito), Thomas Gildea del collegio di Donegal Sud-Ovest, Jack Healy-Rae di Kerry Sud e Mildred Fox di Wicklow, collegati ai gruppi fondamentalisti cattolici attivi nel paese. Nel richiedere un referendum che annullasse la decisione della Corte Suprema riguardo al ‘Caso X’ e rendesse più impegnativo il divieto dell’aborto volontario i tre deputati indipendenti erano sostenuti, almeno ufficialmente, dalla Chiesa cattolica irlandese nella persona dei suoi vescovi, e dei suoi diversi organi di stampa (come il popolare settimanale «The Irish Catholic», in vendita in tutte le chiese la domenica, portavoce di un cattolicesimo estremamente conservatore).
Tra i laici cattolici, la richiesta dei tre indipendenti era condivisa da una parte del Fianna Fáil, diretta dal gruppo fondato dal vecchio senatore Des Hanafin (la cui figlia Mary, eletta nel collegio di Dun Laoghaire, è ministro nel governo), gruppo di pressione legato alla Chiesa e già dagli anni Settanta impegnato non solo contro l’aborto col nome di Pro-Life Campaign (Campagna a Favore della Vita), ma contro l’introduzione del divorzio (infine approvata dal popolo nel referendum del dicembre 1995) e contro ogni misura per la separazione di Stato e Chiesa.
Una serie di commissioni parlamentari di studio, composte da deputati di tutti i partiti, dalle elezioni del 1997 al novembre del 2000 non era riuscita a trovare alcun accordo sulla legislazione da varare.
Il governo di Ahern si era quindi impegnato a presentare una propria proposta di legge. In vista delle elezioni politiche del maggio prossimo Bertie Ahern aveva deciso di mantenere la sua promessa ai tre deputati indipendenti, presentando in febbraio le proposte del governo di ulteriore emendamento all’Articolo 40.3 della Costituzione e di nuova legge contro l’aborto volontario, poi approvate dal Dáil (il parlamento irlandese), e indicendo il referendum del 6 marzo su di essi, emendamenti e legge chiamati nell’insieme ‘Disegno di legge per il Venticinquesimo Emendamento alla Costituzione (Protezione della Vita Umana durante la Gravidanza)’.
L’emendamento costituzionale consisteva nell’aggiungere all’Articolo 40.3 due altri comma o sottosezioni. Il primo (40.3.4) dichiarava: “In particolare, la vita nell’utero del non ancora nato verrà protetta da quanto viene stabilito nella ‘Legge per la Protezione della Vita Umana durante la Gravidanza del 2002’ (Protection of Human Life in Pregnancy Act, 2002)”. Il secondo comma (40.3.5) stabiliva che la Legge in questione non avrebbe potuto essere cambiata dal solo parlamento, ma che ogni cambiamento di essa avrebbe dovuto essere sottoposto a un nuovo referendum popolare (quindi, in sostanza, una misura di legislazione ordinaria veniva inserita nella Costituzione della Repubblica). La Legge proposta annullava la sentenza del 1992 riguardo al ‘Caso X’, abolendo il rischio di suicidio della donna incinta quale motivo legalmente accettabile per una interruzione della gravidanza. In secondo luogo essa definiva l’aborto volontario come “distruzione intenzionale, effettuata con qualsiasi mezzo, della vita umana non ancora nata dopo che sia stata innestata nell’utero”.
Con questa definizione il governo cercava di ottenere l’appoggio dei propri membri e sostenitori più anticlericali e ‘liberal’, in particolare i Democratici Progressisti o PDs (partito antirepubblicano al governo con il Fianna Fáil, versione irlandese del thatcherismo liberista). Non per nulla il Procuratore Generale (Attorney General) della Repubblica, Michael McDowell, che ha avuto un ruolo di primo piano nella formulazione della proposta di legge, si è poi candidato alle elezioni per i Progressive Democrats. Infatti questa definizione poneva esplicitamente fuori dalla protezione della nuova legge l’embrione non innestato nell’utero, salvaguardando del tutto la legalità in Irlanda della ‘pillola del giorno dopo’ e della spirale, e della sperimentazione su embrioni umani in vitro. Ma, come è noto, al contrario la Chiesa cattolica sostiene oggi ufficialmente che la vita umana inizia già dal concepimento, non solo dall’innesto dell’embrione nell’utero.
In Irlanda, a differenza che in Italia, l’uso della ‘pillola del giorno dopo’ è consentito su ricetta medica n(ne vengono distribuite ogni anno circa 250.000, che non è poco, se si pensa che l’intera popolazione dell’isola è di 5 milioni e mezzo): ma gli stessi gruppi cattolici che richiedevano un referendum sull’aborto avevano proclamato l’intenzione di adire le vie legali per farla proibire. L’emendamento proposto dal governo avrebbe reso ogni ricorso contro la ‘pillola del giorno dopo’ legalmente quasi impossibile.
La Legge proposta stabiliva inoltre che un “procedimento medico” (eufemismo per procedimento abortivo) condotto da un medico riconosciuto in un posto approvato dal Ministero della Sanità (con un regolamento da stabilire dopo il referendum) al fine di prevenire un rischio reale e considerevole di morte della donna incinta - escluso però il rischio di suicidio - non sarebbe stato considerato aborto volontario.
Gli Articoli 58 e 59 della Legge sui Reati Contro la Persona del 1861 venivano aboliti, e la nuova legge stabiliva che chiunque si sottoponesse a un aborto, lo effettuasse o ne favoreggiasse l’effettuazione sarebbe stato punibile con la carcerazione fino a 12 anni.
In sostanza un ‘Sì’ agli emendamenti costituzionali e alla nuova Legge proposti dal governo Ahern avrebbe ristretto il numero di motivi legittimi per l’interruzione di gravidanza, abolendo tra essi il rischio di suicidio; avrebbe introdotto una nuova condanna massima di 12 anni di galera per l’aborto illegale (invece dell’ergastolo della vecchia legge vittoriana); e avrebbe salvaguardato ufficialmente ‘pillola del giorno dopo’, spirale e ricerca su embrioni in vitro (che erano messe a rischio dal vuoto legislativo). Un ‘No’ avrebbe invece mantenuto l’incerto e disagevole status quo in vigore dal 1992 a oggi.

Campagna referendaria: gli schieramenti.
Nel corso della campagna referendaria si sono precisati gli schieramenti. Come i lettori hanno forse già intuito, il referendum aveva ben poco a che fare con la legalizzazione dell’aborto volontario, o al contrario con la punizione dell’aborto clandestino, in Irlanda. Infatti in Irlanda, tanto nelle Sei Contee del nord quanto nella Repubblica del sud, l’interruzione volontaria della gravidanza è a tutt’oggi illegale: ma dal 1967 non si registrano casi di aborto clandestino. Infatti chi intende abortire lo può da allora fare legalmente, in strutture pubbliche, in Inghilterra (l’intero procedimento, viaggio compreso, costa circa 500 Euro). Anche se alcuni (soprattutto gli antiabortisti, come vedremo divisi tra sostenitori del ‘Sì’ e sostenitori del ‘No’) nel corso della campagna hanno cercato di far credere che il voto riguardasse la scelta tra aborto sì o aborto no, il voto al referendum, comunque fosse andato, non avrebbe né impedito né permesso un solo aborto.
La posta in gioco era un’altra: se la Chiesa cattolica, intesa come gruppo di potere, avrebbe continuato a esercitare nelle Ventisei Contee della Repubblica una influenza di primo piano sulle leggi dello Stato e sull’opinione pubblica. Anche se la Chiesa cattolica ultimamente non aveva più la posizione di potere temporale praticamente illimitato di cui aveva goduto nelle Ventisei Contee tra 1922 e anni Settanta (si potrebbe dire che lo Stato Libero e poi la Repubblica d’Irlanda fossero ‘uno Stato cattolico per gente cattolica’, che rispecchiava lo Stato unionista delle Sei Contee, invece ‘Stato protestante per gente protestante’), le caratteristiche integraliste e conservatrici proprie del cattolicesimo irlandese spingono non solo l’episcopato cattolico, ma una parte del laicato, a insistere nel cercare di fare coincidere le leggi della Chiesa con quelle dello Stato.
In questo caso, l’episcopato che dirige la Chiesa irlandese (26 vescovi titolari e 9 vescovi ausiliari), al termine di lunghi negoziati informali, ha cercato, con qualche opportunismo pragmatico, di fare riaffermare nelle leggi della Repubblica la propria posizione antiaborto, e nel contempo di ottenere un vantaggio su un altro terreno, andando in cambio incontro alle necessità del governo Ahern. Infatti incombeva ancora la questione degli ingenti risarcimenti da destinare alle centinaia di vittime di abusi sessuali e di violenze compiuti tra anni Cinquanta e Settanta (all’apogeo del potere della Chiesa cattolica nell’isola) da membri del clero ai danni di bambini affidati alle loro cure nelle molte istituzioni che essi gestivano. La scoperta differita (avvenuta solo all’inizio degli anni Novanta) di questi orrori, che erano potuti avvenire nel silenzio per il potere che allora la Chiesa esercitava nel paese e per la cieca deferenza verso il clero da parte della popolazione, ha avuto un ruolo importante nel recente dilagare della secolarizzazione nella società irlandese.
Questi discreti negoziati tra episcopato e governo hanno prodotto un non decentissimo compromesso: il governo accettava che l’onere maggiore per i risarcimenti venisse assunto dallo Stato invece che dalla Chiesa e dagli ordini religiosi implicati; in cambio la Chiesa dava il suo visto alla proposta governativa sull’aborto da presentare al voto referendario, anche se essa non seguiva pienamente la linea ufficiale della Chiesa contemporanea riguardo alla definizione di ‘vita umana non nata’, facendola iniziare non dal concepimento, ma dalla installazione nell’utero. Pertanto nel corso della campagna referendaria l’episcopato cattolico e il suo portavoce, padre Martin Clarke, hanno invitato, con sempre maggiore intensità, i fedeli a votare ‘Sì’ alla proposta governativa.
Ma l’integralismo fondamentalista che la stessa Chiesa cattolica irlandese aveva continuato a favorire negli ultimi decenni ha portato alla formazione di gruppi per così dire ‘più realisti del Re’, o meglio ‘più cattolici del Papa’: quale Youth Defence (Difesa della Gioventù), diretto dal giovane fanatico Justin Barrett, che è contrario a un’Irlanda unita perché essa conterrebbe troppi protestanti e impedirebbe l’instaurazione di uno Stato davvero cattolico (!); quali i sostenitori della Europarlamentare eletta nel collegio di Connacht-Ulster, Dana Rosemary Scallon, già cantante vincitrice di Eurovision; quali i piccoli partiti (alle elezioni prendono solo un inutile 1% dei voti) dell’estremismo cattolico, il Christian Solidarity Party (CSP, Partito della Solidarietà Cristiana), il National Party (NP, Partito Nazionale), e Muintir na hÉireann (Popolo d’Irlanda).
Questi gruppi cattolici fondamentalisti hanno accusato -con qualche ragione- l’episcopato cattolico di avere svenduto la difesa della vita e la lotta contro l’aborto volontario in cambio di vantaggi politici, e di avere tradito la posizione ufficiale del Vaticano. Essi hanno condotto una vigorosa campagna per il ‘No’.
Il fronte integralista antiabortista si è così spaccato: da un lato, per il ‘Sì’, la Chiesa cattolica nel suo episcopato e il gruppo del senatore Hanafin a essa collegato, dall’altro, per il ‘No’, i gruppi cattolici più estremi.
Sul piano ecclesiastico, al di fuori della Chiesa cattolica solo alcuni pastori protestanti (in particolare battisti) si sono schierati per il ‘Sì’; le tre maggiori Chiese protestanti (Chiesa d’Irlanda anglicana, Chiesa presbiteriana e Chiesa metodista) hanno invece dichiarato che consigliavano di votare ‘No’.
Sul fronte politico, a favore del ‘Sì’ erano schierati solo i due partiti di governo, Fianna Fáil e Progressive Democrats: e tra questi ultimi molti consiglieri locali si sono al contrario dissociati dalla linea del partito facendo campagna per il ‘No’, consapevoli che l’avere seguito il Fianna Fáil su questo terreno rischia di affrettare la scomparsa del piccolo partito liberale. A favore del ‘Sì’ anche John Bruton, lo spodestato leader del principale partito d’opposizione, il Fine Gael: ma al solo scopo di ripagare colla stessa moneta l’attuale leader del partito, Michael Noonan, che un anno fa con una congiura di palazzo aveva pugnalato Bruton alla schiena, prendendone il posto.
A favore del ‘No’ erano schierate tutte le altre forze politiche: da posizioni liberali e a favore della donna il Fine Gael, il partito di destra filobritannico, che paradossalmente fa parte dell’Internazionale democristiana (mentre il Fianna Fáil è invece membro del gruppo gaullista europeo); da posizioni più apertamente favorevoli alla legalizzazione dell’aborto volontario e femministe, e in modo più compatto, il Partito Laburista, insieme ai gruppi minori della ‘sinistra’ irlandese, e ai Verdi. Anche il Sinn Féin si è alla fine schierato per il ‘No’.

Il significato del risultato referendario.
In Irlanda la questione dell’aborto volontario ancora oggi è scottante: la maggioranza della popolazione non è favorevole alla sua legalizzazione, come dimostra anche il risultato referendario, in cui il ‘No’ alla proposta governativa antiabortista ha vinto solo grazie al fatto che hanno votato ‘No’ anche i gruppi cattolici più estremisti. L’avversione di principio alla legalizzazione dell’aborto non scaturisce solo dall’intensità della fede religiosa (e nell’Irlanda del Nord anche buona parte dei fedeli protestanti sono a essa contrarissimi), ma dall’esperienza storica di una società contadina sottoposta a ripetuti traumi cataclismici (ultimo la Grande Carestia del 1845 e anni seguenti), vissuti e ricordati come tentativi di genocidio. La sensazione prevalente è che se gli Inglesi avessero potuto, nei secoli passati avrebbero dato agli Irlandesi l’aborto non solo gratuito e assistito, ma obbligatorio!
Così il ‘No’ ha prevalso nelle città: i collegi elettorali di Dublino, Cork, Galway, Limerick, e Waterford (di misura); fuori delle aree urbane hanno votato ‘No’ solo i due collegi della contea di Kildare e quello diWicklow, che gravitano però su Dublino. Le campagne, dove la percezione dei passati tentativi di genocidio è ancora oggi più viva, e dove l’aborto, volontario o spontaneo, suona come qualcosa di comunque assolutamente innaturale, hanno votato compattamente ‘Sì’. Agli estremi opposti dello spettro delle diverse Irlande si sono collocati il collegio urbano di Dun Laoghaire (il porto di Dublino), in cui il ‘No’ ha ottenuto il 68,23%, e quello rurale di Donegal Nord-Est, ove ha invece prevalso il ‘Sì’ col 70,59%.
Allo stesso tempo questa Irlanda rurale decisamente contraria, per principio, all’aborto volontario, è prontissima a fare una colletta per il viaggio in Inghilterra quando una ragazza si trovi in difficoltà. E anche se molti con il loro voto hanno riflesso questa strana ipocrisia irlandese, altri sembra si siano finalmente resi conto del ridicolo della situazione, per cui la legge garantisce alle donne di andare in Inghilterra ad abortire (e lo Stato incamera una tassa sul viaggio), ma le minaccia con l’ergastolo (o con 12 anni di galera secondo la nuova proposta di legge sconfitta al referendum) nel caso abortissero in Irlanda, ‘l’isola dei Santi’. E, inoltre (cosa che certo ha influito sul risultato referendario), almeno 300.000 donne irlandesi hanno fatto quel particolare viaggio in Inghilterra negli ultimi 35 anni.
Ma non si può dire che il risultato referendario abbia visto dei vincitori: i ‘liberal’ restano per ora una minoranza in Irlanda, e la legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza non è prossima, né nella Repubblica né nel Nord (e non si può nemmeno dire che l’aborto clandestino sia in alcun modo una piaga sociale in Irlanda, proprio perché l’Inghilterra è così vicina, a portata di traghetto).
Il risultato referendario ha prodotto però, decisamente, degli sconfitti: e nel loro caso le conseguenze politiche sono rilevanti.
Principale parte sconfitta è la Chiesa cattolica nella sua dimensione di organismo politico diretto dall’episcopato; il referendum ha dimostrato che essa ormai non controlla più il voto dei suoi fedeli, e questo segna una tappa storica nel ritardato processo di separazione dello Stato dalla Chiesa in Irlanda. Non solo, ma si è registrata una ulteriore erosione dell’autorità morale della Chiesa irlandese. Infatti avendo essa mantenuto una posizione di rigorismo integralista anche dopo il Concilio Vaticano Secondo, una parte dei fedeli così allevati la hanno presa in parola: se nel caso dell’aborto, come sosteneva la Chiesa, non ci sono sfumature di grigio, un compromesso come quello negoziato dall’episcopato con il governo di Ahern (e allo scopo di non dovere pagare i risarcimenti per gli abusi sessuali e le violenze commessi da membri del clero su bambini!) è del tutto indecente.
Come ha dovuto riconoscere a malincuore David Quinn, direttore de «The Irish Catholic»: “I Vescovi hanno investito gran parte della propria autorevolezza e autorità a favore di questo emendamento costituzionale, e la sconfitta che esso ha subìto ha reso chiara e impossibile da negare una cosa, cioè che la loro autorità è ormai respinta, implicitamente o in modo aperto, non solo da molti cattolici liberali, ma da molti cattolici conservatori. Se persino i conservatori non obbediscono più ai Vescovi, allora i Vescovi sono davvero nei guai” (Giovedì 14 Marzo 2002).
Il crollo dell’autorità politica della Chiesa cattolica nelle Ventisei Contee renderà più facile, nel prossimo ventennio, la riunificazione dell’Irlanda.
In secondo luogo l’ala del Fianna Fáil legata alla Chiesa, capeggiata dal senatore Hanafin, ha subito una sconfitta decisiva. La sconfitta non avrà invece ripercussioni importanti sul partito nel suo complesso e su Bertie Ahern e il suo governo: infatti i deputati urbani del partito strizzeranno l’occhio cercando di fare capire di avere dovuto introdurre l’emendamento antiaborto solo perché costretti, mentre al contrario quelli rurali potranno dire ai loro elettori di avere combattuto, senza fortuna, per una buona causa. Ma gli uni e gli altri d’ora in poi non vorranno avere niente a che fare, dal punto di vista politico, con la Chiesa, e si guarderanno bene dal recepirne le indicazioni in materia politica e legislativa; e soprattutto si terranno alla larga dalla questione dell’aborto volontario. Il gruppo di Des Hanafin verrà messo nell’angolo dai colleghi di partito, e i suoi membri trattati come lebbrosi; quanto a Mary Hanafin, candidata del Fianna Fáil proprio a Dun Laoghaire, il collegio dove il ‘No’ ha visto la percentuale più alta, la sua carriera politica sembra finita.
In terza posizione tra gli sconfitti i Progressive Democrats: per non scomparire alle prossime elezioni avevano cercato di attirare candidati di alto profilo (motivo del loro declino era che la forma di liberismo economico che avevano introdotto in Irlanda nell’ultima dozzina d’anni è stata fatta propria dai due partiti maggiori, Fianna Fáil e Fine Gael); ora anche quei pochi loro elettori tradizionali che erano disposti a votarli ancora sono invece indignati perché il partito (la leader Mary Harney e il candidato Michael McDowell in particolare) ha appoggiato una legge filoclericale voluta dal Fianna Fáil, venendo per giunta sconfitto al referendum. Non è improbabile che i PDs vengano spazzati via alle elezioni politiche del prossimo maggio.
Quarto tra gli sconfitti John Bruton, già capo del governo e leader del Fine Gael, noto per avere accolto il principe Charles Windsor d’Inghilterra, durante la sua prima visita a Dublino nel 1995, con un discorso dal servilismo disgustoso. Il suo tentativo di usare il referendum contro Michael Noonan che lo aveva spodestato nel partito si è concluso con la catastrofe, dal momento che il ‘Sì’ non ha prevalso: anche la sua carriera politica può dirsi finita.
Nell’insieme un referendum poco serio, il cui risultato ha però il merito di avere liberato il campo, nel prevedibile futuro, da un argomento religiosamente settario, che in Irlanda divide trasversalmente -e inutilmente- tutte le parti politiche, e che offriva pretesti alla resistenza unionista alla riunificazione del paese.

I risultati generali del referendum del 7 marzo 2002

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a cura di irlanda notizie - 24 marzo 2002