UN'ITALIANA A BALLYTOWN - prima parte


Come può essere la vita in un villaggio protestante dell’Irlanda del Nord per un’italiana di vent’anni che ci si trasferisce sapendone poco o niente? Beh…Interessante, quanto meno.

Scioccante, incomprensibile, frustrante, intensa, divertente, diversa… Vivere quattro anni in un posto come l’Irlanda del Nord non può che lasciare il segno, e allora vorrei provare a comunicarne qualcosa.

Lo choc iniziale, quello d’impatto (e a conti fatti, il minore), è stato per la lingua: quella che io pensavo dovesse essere l’inglese, e invece ci assomigliava solo da lontano. Ore, giorni, settimane passate a brancolare nel buio, ad ascoltare conversazioni fingendo di capire – perché alla terza volta che chiedi di ripeterti qualcosa poi fingi per disperazione -, a sciropparmi puntate su puntate di Emmerdale, Eastenders, Coronation Street ecc. in attesa che capitasse il miracolo… Finché il fatidico clic nel cervello è scattato, e allora – Och aye, sir, what’s the craic? – come per magia tutto è stato più chiaro.

Ed ecco che improvvisamente, dopo aver incominciato a capire quello che si diceva intorno a me, anche la situazione ha iniziato ad essere tragicamente più chiara: mi trovavo in un paesello sperduto, in una comunità contadina e protestante, caratterizzata nel migliore dei casi da un sarcasmo pungente e nel peggiore da un odio feroce nei confronti dello Stato Libero.

Quando infatti qualche mese prima ero approdata a casa del mio allora fidanzato, c’era stato una sorta di pellegrinaggio per conoscere la “wee Fenian from Pope’s land”. (“And we thought he was such a good Prod!”, ‘E noi che credevamo che fosse un così buon protestante!’)… Gesù!

Ecco dunque quelle facce storte ogni qualvolta, fingendo un’ingenuità che ormai non avevo più, dichiaravo il mio amore per l’Irlanda, il gaelico, le fiabe, la musica celtica… Invariabilmente mi sentivo rispondere: “Noi non vogliamo avere nulla a che fare con quelli; gli irlandesi vogliono portarci via la nostra terra (!), e il governo inglese ci sta svendendo oltre il confine”.

“NOI NON VOGLIAMO AVER NULLA A CHE FARE CON QUELLI”…

Le parole erano ancora nell’aria e S. mi dice: “Dai, va’, salta in macchina che andiamo a far benzina in Donegal”. E io: “Credevo che non volessi aver nulla a …”

S.: “God save us, quanto sei complicata, costa meno, no?”

Però… La coerenza innanzi tutto…

L’estate si avvicinava e io iniziavo a vedere bambini andare in giro con barattoli di vernice rossa, bianca e blu, a verniciare i bordi dei marciapiedi, chiedendomi dapprima what the hell they were at, poi scuotendo la testa intristita. Eccoli poi accatastare rottami vari per il bonfire del 12 luglio, giorno in cui mi sono fatta tirar dentro a vedere le band parades.

Mi sono ovviamente ritrovata a scappare nel mezzo di un riot, senza capire chi le desse a chi: cattolici che prendevano a sassate i pullman delle bands, protestanti che attaccavano i cattolici e anche la RUC (“Ma come, non erano i vostri?”), la RUC che colpiva alla cieca, indiscriminatamente, e io che scappavo senza capire un c…. Gesù, che situazione complicata…

Ormai vivevamo per conto nostro, in un paesino leggermente più grande, ma sempre coi marciapiedi rossi bianchi e blu. Ciononostante, nel nostro quartiere vivevano anche delle famiglie cattoliche, che si sono dimostrate subito le più accoglienti.

La sera stessa in cui ci siamo trasferiti, infatti, abbiamo avuto un visitatore, un piccolo coraggioso in avanscoperta che ha semplicemente bussato alla porta: “Hello, my name is Sean and I’m your neighbour. I’m nine years old, I’ve five between brothers and sisters…

E ci ha raccontato tutta la storia della sua famiglia, ha mangiato qualcosa come 6 pacchetti di patatine – formaggio e cipolla – e se n’è andato solo quando suo padre è venuto a prenderlo per un orecchio scusandosi.

Erano queste piccole cose a rendere più dolce la vita, queste “macchiette” irlandesi a ricordarmi che dopo tutto ero in Irlanda. È una differenza che purtroppo si sente moltissimo: le poche volte che sono scesa oltre il confine mi sono sentita come liberata da una grossa nuvola nera che incombeva sulla mia testa, ho sentito un’atmosfera diversa in giro, rilassata, easy, socievole, un’apertura mentale verso culture diverse dalla propria che al Nord proprio non ho trovato. Tanto che mi sono ritrovata a pensare con tristezza: “Sono proprio due Paesi diversi, io davvero non vivo in Irlanda.”

E la cosa buffa è che non è nemmeno Inghilterra. Non sono irlandesi, non sono inglesi. Sono in un conflitto continuo tra le due identità, anche all’interno di una stessa comunità.

E comunque la situazione, per quanto non sia più caratterizzata dalla stessa violenza degli anni passati e per quanto in Europa e in Italia se ne parli sempre meno, non può e non deve essere ignorata: la divisione tra le due comunità si concretizza e si fa sentire in tutta la sua pesantezza tutti i giorni, in tanti ambiti.

Quando vivi lì, non hai scelta: o fai parte di una comunità, o dell’altra. Se frequenti persone di entrambe le parti puoi ottenere solo guai – vetri rotti, minacce, ecc. ecc. (“Stick with your own” è una delle frasi che ho sentito ripetere più spesso, da tutti).

Le scuole sono ancora separate (anche se, solo di recente, ne stanno sorgendo di miste), e così i pub e i locali, e tutte le attività ricreative organizzate da vari enti, siano essi religiosi (il che in questo caso almeno spiegherebbe la divisione) o laici.

Una sola cosa forse appassiona ugualmente cattolici e protestanti: la televisione. Soap-opera, programmi di cucina, giochi a premi e thriller per la tivù imperversano nelle loro case dal momento in cui si alzano la mattina a quello in cui vanno a dormire la sera. Ecco dunque due argomenti grazie ai quali un cattolico e un protestante non si troverebbero mai in difficoltà in una conversazione: Coronation Street e, ovviamente, the weather (il tempo).

Per il resto, purtroppo, la vita continua a correre su due binari paralleli.

Martina.


torna al sommario