EMERSON CRESCENT – IL QUARTIERE
Vorrei parlare ancora del quartiere in cui vivevo, un microcosmo assolutamente indipendente dal resto del mondo, nel quale l’età massima non superava i 27–28 anni e la minima, inutile dirlo, pochi mesi (e questi esemplari erano la maggior parte).
Premetto che si trattava di un quartiere a metà strada tra quello popolare, abitato da persone che vivono “on the dole”, cioè del sussidio dello Stato, in case di proprietà statale (e quindi sostanzialmente un quartiere povero, teatro di scontri notturni e bivacchi vari), e quello residenziale, in cui le case sono di proprietà privata, le famiglie sono benestanti, l’erba del front garden è sempre tagliata di fresco e la vita notturna è silenziosa e pacifica.
In Emerson Crescent le case erano di proprietà di una associazione privata, il che significa che potevano essere abitate sia da persone on the dole, il cui affitto viene pagato dal governo, sia da persone di classe media (suona squallidissimo suddividere in “classi” ma lì, di fatto, purtroppo, funziona così), che possono permettersi di pagare un affitto. Il risultato di ciò è una divertentissima eterogeneità di abitanti, che ha portato, in alcune occasioni, a situazioni esilaranti.
Alla nostra sinistra abitava Margaret, una dignitosissima signora con una figlia disabile, che cercava disperatamente di vivere il più tranquillamente possibile, limitando al massimo i contatti coi vicini. Alla nostra destra, i McAleese, cattolici, che, per ovvie ragioni, stavano molto sulle loro, ed erano, forse proprio per questo, più o meno benvoluti e accettati da tutti.
Più in là, i Brown, mamma, papà e cinque piccoli tra i sei mesi e i sei anni. Papà Brown, dopo un incidente sul lavoro del quale ha drammaticamente enfatizzato le ferite, è riuscito a scucire una disability allowance (pensione di invalidità) che ha permesso a tutta la famiglia di vivere egregiamente e a lui di rimanere a casa davanti al computer – sua attività preferita, nonché di guadagnarsi il rispetto e l’ammirazione di tutto il quartiere.
In fondo al cul de sac vivevano un paio di famiglie delle quali sono miracolosamente riuscita, in quattro anni, a non sapere nulla (di fatto non li ho praticamente mai visti).
Ed ecco poi Janine, mia unica amica – cattolica – (“Come on in for a cup of tay and a fag!”, ‘Vieni dentro per una tazza di tè e una sigaretta!’) e suo marito Alan, ladro di professione, che una volta ha rubato il tagliaerba del reverendo per poi cercare di rivenderlo a turno a tutti gli abitanti del quartiere (“E’ di seconda mano, una vera occasione!”…Good God!). Anche loro con tre figli.
Più in là c’era un’altra giovane coppia con un bambino piccolo, e alla loro destra una famiglia composta da due genitori sordomuti e un figlio di dieci anni.
Durante la settimana, la giornata iniziava sempre con il riversarsi in strada dei piccoli mocciosi: biciclette, go-kart, tricicli, trattori, monopattini ecc. ecc. Madri sulla porta a chiacchierare, cup of tea in one hand and a fag in the other (tazza di tè in una mano e sigaretta nell’altra). Giretto al supermercato, un cenno di saluto a chiunque incontrassi sul tuo cammino, sconosciuti inclusi: “Nice day, isn’t it?” “Och aye, lovely and warm!” (‘Bella giornata, vero?’ ‘Sì davvero, bella e calda!’. Questo mi piaceva moltissimo).
Altri due passi e altre due chiacchiere, “Did you hear Nancy had a baby?”
“Oh really, what did she have?”
“A wee boy”
“Och dear!” (‘Hai sentito, Nancy ha avuto un bambino’ ‘Davvero, un bambino o una bambina?’ ‘Un bambino’ ‘Che bello!’)
e tra un pettegolezzo e un pannolino da cambiare, la giornata si perdeva via… Ora di metter su le patate per cena. (La cena!… Patate, bacon, patate, uova, patate, formaggio, patate, patate, patate…)
Poi sentivi una musichina tipo carillon arrivare da lontano e fermarsi davanti alla porta, era il furgoncino dei gelati che faceva il giro di tutti i quartieri vendendo, oltre ai gelati, patatine e dolciumi vari.
La cena era alle cinque–cinque e mezza, rigorosamente in salotto con piatto sulle ginocchia, sintonizzati su Emmerdale, e dopo qualche altra ora di splendidi programmi, a letto con le galline.
Ma il week end… Il week end era tutta un’altra storia.
Il week end iniziava il venerdì pomeriggio alle cinque (giorno di paga) con un possente carry out (che è per l’alcool quello che il take away è per il cibo), per finire alle prime luci dell’alba del lunedì. Il carry out, essendo piuttosto costoso bere nei pub, era la soluzione più economica, sia che la serata dovesse concludersi così, a bere a casa di qualche amico, sia che fosse solo l’inizio per proseguire poi in qualche club.
Già, la famosa icona del pub irlandese come luogo di aggregazione e divertimento è qualcosa di cui purtroppo non ho molto goduto, perché credo faccia più parte della cultura cattolica che di quella protestante: mentre i pub cattolici pullulano di giovani festanti, quelli protestanti – quanto meno nella mia esperienza – sono sempre semivuoti, pieni solo di persone di mezza età dall’aria triste, mentre i giovani protestanti riempiono i night-club e le discoteche, contro le quali non ho assolutamente nulla, ma che sembrano la loro UNICA fonte di divertimento.
“E allora, chiedevo sgomenta, non avete altre forme di divertimento, concerti, centri sociali…? Non ci sono delle culture giovanili alternative?”
Mi guardavano un po’ interdetti: “What’s centri sociali?”, e poi, come illuminati, “Ah, tu intendi quelli là, i freak, gli hippies, i GIPSIES!!…Yeah, you dress a bit like a gipsy… (‘Già, del resto tu ti vesti un po’ da zingara…’)” Gesù, devo essergli sembrata una marziana…
Comunque, le serate consumate a suon di birra, vodka e brandy erano sempre belle vivaci. A volte finivano a schiamazzi e botte, tanto che una volta – e questa è diventata la leggenda del quartiere – persino la coppia di sordomuti ha dovuto chiamare la polizia per il troppo baccano.
Certo, dopo episodi così magari il week end successivo era più tranquillo, per la gioia di quelle famiglie – poche – di persone normali e tranquille che anelavano a un po’ di pace.
In genere, in ogni caso, sembravano notti infinite, in cui i bevitori “rimbalzavano” da una casa all’altra, fermandosi in ognuna tanto quanto la padrona di casa lo consentiva prima di esplodere e buttarli fuori, al che, semplicemente, bastava trasferirsi da un’altra parte. E così via fino alla domenica mattina, in cui approdavano, esausti, al pub. Ah beh, il pub alla domenica se lo concedevano proprio. Biliardo, esibizione reciproca dei propri tatuaggi, e ostentazione delle proprie imprese – varie ed eventuali, quasi sempre inventate di sana pianta.
Martina.