ELEZIONI 2005

di Silvio Cerulli

Belfast Ovest, 17 Maggio 2005


Dipinte come le elezioni generali forse meno attese degli ultimi anni e ora, a risultati in mano, le più pericolosamente e volutamente sottovalutate. Erano state definite inutili e irrilevanti, da oggi le loro conseguenze detteranno lo scorrere degli eventi per lungo tempo a venire.

In una regione dove circa un milione di cittadini, annichiliti da un sistema elettorale che li costringe a riempire tonnellate di moduli ogni anno solo per non perdere il diritto di voto, e già chiamati alle urne sei volte dalla firma del Good Friday Agreement del 1998, il voto del 5 maggio non poteva che confermare la polarizzazione dei due estremi. Si era votato per un Accordo mai entrato pienamente in vigore, per il parlamentino di Stormont che sarebbe comunque rimasto “sospeso” anche dopo l’apertura delle urne, per consigli comunali che rimangono settari, per elezioni europee che non hanno effetti sul tessuto sociale nord-irlandese. Ogni volta il voto è stato trasformato in un nuovo plebiscito sull’accordo: favorevoli o contrari. Storicamente la politica della “divisione”, della contrapposizione, è l’unica che sembra funzionare a queste latitudini.

Questa volta è stato diverso, si è andati oltre; non vè stato neanche bisogno di scomodare, o resuscitare, il Good Friday Agreement. Perché dopo esser divenuto il primo partito unionista il Democratic Unionist Party (DUP), il quale non aveva preso parte ai negoziati di pace e non aveva firmato il GFA, ne ha ufficialmente chiesto l’annullamento. Il DUP ha fondato le sue ultime campagne elettorali sulla promessa di un nuovo accordo che “garantisca le libertà civili e i diritti umani della comunità protestante discriminata dal GFA” (!), e pur sapendo che – salvo cataclismi - Downing Street non farà avverare i loro sogni gli Unionisti Democratici insistono sulla richiesta di una “coalizione volontaria” per rimettere in moto Stormont e il processo democratico nelle Sei Contee: tradotto dal linguaggio unionista significa che il SDLP dovrebbe volontariamente accettare un governo dominato dal DUP e che esclude il Sinn Féin.

Il risultato elettorale della scorsa settimana è importante in questo senso: avrebbe dovuto preparare il terreno per la ripresa dei negoziati, ha finito per minarne ogni possibile sviluppo. Almeno sino al ricambio generazionale alla guida del DUP, di certo non finché il Reverendo Paisley continuerà a far tuonare i suoi sermoni: dopo aver trascorso una vita a incitare l’estinzione dei repubblicani, come potrebbe mai accettarne l’eguaglianza?

Uno dei maggiori timori fino a due settimane orsono era un possibile riallineamento dell’Ulster Unionist Party (UUP) sulle posizioni fondamentaliste del DUP. Se possibile è finita anche peggio, grazie all’obliterazione dello UUP nell’anno in cui festeggiava un secolo di settarismo e privilegi. Gli Unionisti moderati occupavano sei dei diciotto seggi nord-irlandesi a Westminster, nonostante il partito fosse lacerato tra favorevoli e contrari al GFA e avesse subito lo storico sorpasso del DUP (25,6 % di percentuale contro il 22,7 % alle elezioni di Stormont nel 2003). Tra le fila dello UUP i soliti massoni orangisti, giudici e gente d’affari, volti comunque ritenuti intoccabili, non rimovibili.

Lo spoglio delle schede era iniziato da poco quando Sylvia Hermon, uno dei sei deputati dello UUP e moglie del capo della RUC ai tempi in cui la polizia nord-irlandese inaugurava il ricorso sistematico alla politica dello Shoot to Kill (sparare per uccidere) contro sospetti repubblicani, era la prima candidata eletta a Westminster. “È bello togliere il sorriso dalla faccia di Ian Paisley”, aveva gridato la Hermon ai microfoni commentando la propria rielezione. Come lei nessun altro avrebbe scommesso su quanto sarebbe accaduto dopo.

Il sorriso della Hermon sarebbe durato un attimo e sarebbe rimasto l’unico; uno dopo l’altro gli altri deputati dello UUP perdevano i loro seggi in favore dei paisleiani. Celebri teste rotolavano: il focoso e anti-accordi David Burnside, e Roy Beggs, da vent’anni nell’esecutivo unionista. Il seggio di Burnside finisce al predicatore razzista William McCrea, quello di Beggs a Sammy Wilson, se possibile ancor più anti-cattolico di McCrea.

La decimazione dello UUP miete la sua vittima più illustre nel collegio di Upper Bann, nel Mid Ulster: dopo dieci anni esatti di disonorato servizio, il leader ed ex-premier del nord David Trimble capitola per mano di David Simpson, come Trimble massone orangista ma nelle liste del DUP di Portadown, la città della chiesa di Drumcree. La propaganda inglese lo definisce tra gli architetti del GFA, che gli valse persino il più immeritato tra i premi Nobel per la Pace che la storia ricordi. Trimble aveva negoziato il GFA (la cui ossatura ruotava invece su una proposta di John Hume e Gerry Adams) dalla porta accanto, ed era stato letteralmente costretto (politicamente) da un Tony Blair appena insediato a Downing Street a sottoscrivere l’Accordo. Da allora la parabola di David Trimble è stata descritta nei minimi dettagli; coloro che hanno testimoniato i suoi ricatti, le sue precondizioni e i suoi capricci politici non possono essersi stupiti per la sua umiliazione. E ciò nonostante, così come tutti i suoi predecessori degli ultimi 100 anni, Trimble è stato costretto a dimettersi per non essersi dimostrato abbastanza oltranzista. Egli verrà presto nominato lord dalla signora Windsor, ma nei quartieri protestanti resterà nei libri di storia come un Lundy, il “traditore” che aveva spalancato i portoni delle mura di Derry alle forze cattoliche secoli orsono. Rassegnando le sue dimissioni da leader unionista Trimble ha accusato Blair per la sua mancata rielezione e per la Caporetto dello UUP: “piegandosi alle richieste repubblicane ha finito per distruggere il centro e rafforzare i due poli estremi”. In realtà Trimble ha avuto lincredibile occasione di voltare pagina, porre fine a otto secoli di bagni di sangue, chiudere un capitolo tragico, guidare la sua gente verso un nuovo futuro. Ha preferito barricarsi nel passato; e nel passato la comunità protestante non è mai stata tradita dal Reverendo Paisley.

Ricapitolando: prima della fuga dallo UUP del galletto Jeffrey Donaldson, l’Ulster Unionist Party aveva sei seggi a Westminster. Oggi ne conserva uno, quello della Hermon appunto, precipitando in picchiata dal 26,8 % del 2001 fino al 17,8 % di oggi. Il DUP (22,5 % nel 2001) invece aggiunge quattro deputati ai cinque che aveva, sconfiggendo lo UUP in ogni scontro tribale, da Belfast a Derry, straconfermandosi primo partito nord-irlandese e divenendo il quarto partito nel Regno Unito.

La Waterloo dello UUP viene confermata anche dalle schede gialle, quelle per il rinnovo dei consigli distrettuali; il DUP strapazza Trimble e soci con 182 seggi a 115, cioè 52 consiglieri in più contro i 39 in meno dello UUP, e soprattutto spoglia il Sinn Féin della supremazia all’interno del City Council di Belfast, rimasto “verde” nell’ultimo decennio.

E sempre a proposito delle elezioni locali, qui molti trovano a dir poco inquietante la virtuale scomparsa delle organizzazioni politiche che rappresentano i gruppi armati unionisti. L’unico a presentare una lista era stato il Progressive Unionist Party (PUP) vicino alle posizioni della UVF (Ulster Volunteer Force), ma ha perduto uno dei suoi seggi (quello di Billy Hutchinson) senza purtroppo conquistarne altri; unico superstite il leader del PUP, David Ervine. Dunque, la domanda che si ripete nei vicoli di Belfast non è se i paramilitari e i loro associati abbiano votato per il DUP, come ha fatto la UDA (Ulster Defence Association), ma se questi abbiano raggiunto un accordo segreto con il Reverendo, come è pericolosamente successo altre volte in passato.

Dunque il colosso DUP ha schiacciato i moderati protestanti in una comunità unionista sempre più concentrata in appena due Contee (Down e Antrim). Quanto tempo passerà prima che gli unionisti chiedano una nuova Partizione? Non siamo entrati nello scenario che Seamus Mallon definiva “la balcanizzazione di fatto dell’Irlanda del Nord”? Naturalmente, il successore di Paisley non potrà essere più fanatico del Reverendo, e dunque verrà trascinato in veri negoziati da Gordon Brown o da chiunque si insedierà a Downing Street. Sebbene la propaganda avesse presentato queste elezioni come due scontri diretti (tra DUP e UUP da una parte, tra Sinn Féin e SDLP dall’altra), il voto del 5 maggio ha mostrato come l’Unionismo protestante in realtà non sia mai stato così debole politicamente: negli anni Novanta i due monoliti unionisti si spartivano quattordici dei diciotto seggi a Westminster; questi scesero a tredici nelle elezioni politiche generali del 1997 (quando per il Sinn Féin Martin McGuinness andò ad affiancarsi a Gerry Adams). Nelle elezioni del 2001 i repubblicani colsero altri due seggi, riducendo la maggioranza unionista a undici. Oggi la combinazione dei seggi di Sinn Féin e SDLP (8) lascia agli Unionisti (10) una maggioranza risicata che potrebbe scomparire già dalle prossime elezioni politiche generali.

Se per il processo di pace le cose si mettono male sul versante unionista delle ‘peacelines’, non sono rose e fiori neanche sulla sponda nazionalista. Il Social Democratic and Labour Party sarà anche sopravvissuto grazie ai voti unionisti (Derry) o al derby fratricida tra UUP e DUP (Belfast Sud), ma se non sopraggiunge la fusione con uno dei partiti di governo della Repubblica il suo futuro resta comunque segnato. In quanto al Sinn Féin, nessuna edizione speciale di An Phoblacht, festeggiamenti nella sobrietà più assoluta; lavanzata continua ma a passo più lento di quanto in realtà si sperasse.

Anche l’annuncio tattico di Gerry Adams prima del voto, “Ho chiesto allo IRA di avviare un processo interamente democratico”, non aveva sortito gli effetti sperati: la gente sa perfettamente che Adams non avrebbe fatto un simile annuncio senza avere in tasca la risposta affermativa dello IRA, giunta puntualmente dieci giorni più tardi. Lo scorso Dicembre i repubblicani avevano offerto il totale disarmo e lordine di tutti a casa per i Volontari dello IRA, ma la proposta era naufragata quando Paisley aveva insistito sulla prova fotografica del disarmo. Ovvio che qualunque sia la loro ristrutturazione o qualunque sembianza essi assumeranno, organizzazioni centenarie come IRA e UVF non scompariranno mai definitivamente dalla scena irlandese: tuttavia, gli stessi elettori del Sinn Féin stentano a non comparare i termini di una proposta che è comunque politica, con i termini di una resa, che è anche militare. Proprio quel “surrender” dello IRA che Paisley ha invocato per quattro decenni e che doveva essere immortalato da flash e telecamere: “la prova fotografica sarà la prova della loro resa incondizionata”, delirava il reverendo lo scorso Dicembre.

Pochi giorni dopo vi fu la clamorosa rapina alla sede centrale della Northern Bank, e poi l’omicidio di Robert McCartney, sempre qui a Belfast. In entrambi i casi la polizia ha puntato l’indice contro lo IRA, più per motivi politici che strettamente giuridici. Cinque mesi dopo la Great Robbery nessuno è stato ancora arrestato e neanche una banconota è stata ufficialmente rinvenuta, il che non deve sorprendere se si pensa che a formulare l’accusa devono essere stati gli stessi autori del rapporto sulle armi di distruzioni di massa in Iraq, dopo i recenti insuccessi di altri complotti visionari come le trasferte di lavoro dello IRA in Colombia.

Diverso il discorso per Robert McCartney, cattolico di Short Strand e padre di due figli piccoli, assassinato dopo una rissa in un pub del centro di Belfast da un gruppo di avventori che includeva dei Repubblicani. Il Sinn Féin ha espulso alcuni dei suoi membri e lo stesso ha fatto l’Esercito Repubblicano, tuttavia i killer non sono stati arrestati e la famiglia della vittima ha lanciato una campagna, appena giunta al Parlamento Europeo. Sebbene l’omicidio non sia in alcun modo politico, la polizia, Downing Street e gli Unionisti nord-irlandesi hanno tentato di cavalcare la tragedia per danneggiare politicamente il Sinn Féin. Una tattica che ha avuto successo, ma solo a livello locale. Il candidato repubblicano ha perso infatti il seggio di Short Strand, finito invece allo Alliance Party, e questo ha regalato la nuova maggioranza del City Council di Belfast al DUP.

A livello “nazionale” il Sinn Féin è andato forte ma non fortissimo, malgrado abbia aumentato la sua percentuale del 4,5 %. Conor Murphy non ha avuto problemi a conquistare il seggio di Newry e Armagh rimasto vacante dopo il pensionamento di Seamus Mallon, figura storica del SDLP. I Repubblicani salgono così a cinque deputati a Westminster, e con la breve (in termini chilometrici) eccezione di Derry, essi controllano ora tutte le aree di confine (Contee di Armagh, Tyrone e Fermanagh), esponendo in termini inequivocabili la tragica contraddizione di una frontiera inutile.

Proprio a Derry il Sinn Féin sperava ardentemente di conquistare un sesto seggio con Mitchell McLaughlin, uno tra i più fini intellettuali repubblicani, in ballottaggio con il leader del SDLP, Mark Durkan, per sostituire l’ex-leader del SDLP e Nobel per la Pace, John Hume. Sarebbe stata un’altra di quelle vittorie “storiche” per il Sinn Féin, ma se ne riparla tra quattro anni: di sicuro un numero più alto del solito di cittadini protestanti di Derry ha votato tatticamente per Durkan nel tentativo di tener fuori McLaughlin, ma questo a Derry avviene da anni e comunque lo scarto di voti in favore del SDLP suggerisce che il Sinn Féin avrebbe perduto lo stesso. Anche Catriona Ruane del Sinn Féin nel collegio elettorale di Down Sud ha aumentato la sua percentuale, ma non è riuscita a strappare il seggio all’anziano Eddy McGrady del SDLP.

Ben più timide erano le speranze che i candidati repubblicani riuscissero a sfruttare le divisioni interne degli unionisti: Gerry Kelly nel collegio di Belfast Nord ha comunque aumentato i suoi voti, ma in una circoscrizione che almeno per ora resta saldamente unionista. Gerry Kelly è comunque uno dei candidati del Sinn Féin in grado di lottare per un seggio unionista nelle prossime elezioni; basterebbe il successo elettorale di uno solo di loro e la maggioranza unionista a Westminster sarebbe dissolta.

Il braccio politico del Movimento Repubblicano ha fatto certamente meglio a livello locale. Per la prima volta il Sinn Féin avrà un consigliere comunale a Ballymena, la città del Reverendo Paisley, a stragrande maggioranza unionista. Monica Digney si è davvero guadagnata un posto nei libri di storia, rovinando la festa a Big Ian nel suo stesso giardino di casa, e garantendosi un futuro stracolmo di minacce e intimidazioni. Primo consigliere repubblicano anche nella cittadina di Coleraine nella Contea di Derry, come Ballymena nella Contea di Antrim, dove Billy Leonard, il primo ex agente della RUC ad aver attraversato il Rubicone unendosi al Sinn Féin, ha contribuito ad aprire una breccia nel nord-ovest unionista. In totale i repubblicani hanno occupato 126 seggi (+16), e rappresentano il secondo partito delle Sei Contee in qualunque conteggio elettorale.

Dopo il voto del 5 maggio, anniversario della morte di Bobby Sands nel supercarcere di Long Kesh nel 1981, il lungo viaggio intrapreso dai repubblicani continua. Centoventisei consiglieri nel Nord e quasi lo stesso numero nella Repubblica d’Irlanda, due donne nel Parlamento Europeo, cinque deputati nel Parlamento di Dublino e cinque in quello di Londra, due cariche ministeriali a Stormont. Prossima attesissima fermata, le elezioni politiche generali della Repubblica nel 2006. Il viaggio era cominciato in pratica sull’onda emotiva dell’assassinio di Bobby Sands e dei suoi nove compagni, con un solo deputato (Adams) e tra le maglie della totale censura imposta da Londra. Un quarto di secolo più tardi il Sinn Féin ha gettato le basi per divenire il primo partito sull’isola d’Irlanda. Un primato che vorrebbe dire riunificazione.


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a cura di irlanda notizie - 18 maggio 2005