
Quello
che non manca a David Ballerini, giovane e promettente regista di Prato, è di
certo il coraggio. Per il suo lungometraggio d'esordio ha scelto di cimentarsi
con la storia di Bobby Sands, martire irlandese morto di sciopero della fame in
carcere nel 1981. Dopo una complessa fase di lavorazione “Il silenzio
dell’allodola”, scritto e diretto da Ballerini, sta per arrivare nelle sale dopo
le anteprime organizzate in occasione del ventiquattresimo anniversario della
morte della moderna icona del repubblicanesimo irlandese. Per la prima volta un
autore italiano decide di affrontare un tema controverso e facilmente
banalizzabile come la lotta carceraria in nord Irlanda ma il coraggio deriva
soprattutto dalla lettura personale proposta dal film, che si ispira
“liberamente” alla storia del giovane irlandese, i cui tratti caratteristici
sono rafforzati da una serie di riferimenti mitici coraggiosi. “Il mitico –
diceva Pasolini – non è altro che l’altra faccia del realismo”. E allora nel
“Silenzio dell’allodola” Bobby Sands si trasforma in Giovanni Battista, ha un
compagno di carcere che si chiama Andrea - come uno dei discepoli del santo - e
l’oppressore inglese diventa Erode. Le scene della prigione sono girate in una
fabbrica dismessa nella quale Ballerini crea atmosfere cupe e opprimenti, con
guardie carcerarie in abiti simil-fascisti e interni che rimandano a una sorta
di Abu Ghraib ante litteram (le riprese del film sono terminate prima
della pubblicazione delle famigerate foto). Nonostante le scelte apparentemente
azzardate il risultato è un'opera equilibrata, nella quale Ballerini sceglie la
strada del cinema d'autore senza essere minimalista, e propone al contrario una
rappresentazione estremamente dura, a tratti d'azione, mantenendo anche
contenuti astratti.
La storia racconta la tragica resistenza fisica e psicologica dei detenuti irlandesi “criminalizzati” dal governo britannico, segregati in celle vuote e privati di tutto, avvolti in una coperta, torturati e costretti a convivere con i propri escrementi. Una narrazione che descrive con estremo realismo la durezza delle condizioni carcerarie ma decontestualizza la storia scegliendo di non raccontare la questione irlandese. “Volevo far emergere i tratti universali – spiega Ballerini – e non mi sembrava giusto che fosse un italiano a interpretare quei fatti”. Il contesto politico è circoscritto ad alcune brevi immagini, a pochi ritagli di giornale dell’epoca e all’immaginazione dello spettatore. Una scelta funzionale alla rappresentazione di questo primo ‘Bobby Sands italiano’: più santo che combattente, più sognatore che leader politico. E sono proprio due sogni ad aprire e a chiudere il film, in entrambi i casi è il protagonista che sogna di essere libero; nel mezzo c’è però l’incubo carcerario, soffocante, oppressivo, che impedisce anche solo di far intravedere il mondo esterno e presenta espliciti riferimenti ai lager nazisti con le scritte “Arbeit macht frei” sui muri esterni della prigione. Anche queste – precisa il giovane regista – inserite per cercare di universalizzare il contesto: “parlando di Bobby Sands volevo mostrare in realtà cos'è la dignità umana, e di come può farti resistere alle condizioni più disumane”. Dignità e spirito di resistenza che possono portare anche alla morte. E lo sciopero della fame fino alla fine è infatti la decisione ultima attraverso la quale Bobby Sands e i suoi compagni di prigionia (altri nove di loro morirono in carcere in quel tragico 1981) diventano personaggi mitici della lotta per l’indipendenza dell’Irlanda. Il loro spirito di libertà è direttamente proporzionale alla degradazione fisica che subiscono: più le loro condizioni di vita si allontanano da quelle propriamente umane, più la loro lotta li fa assurgere a icone per la libertà. Poeta, musicista e autore di racconti, Bobby Sands ci ha lasciato alcuni scritti dal carcere tra cui un diario di prigionia che rappresenta una straordinaria dimostrazione di come l’anima di un uomo possa mantenersi libera anche di fronte alle più mostruose condizioni di privazione fisica. “Ho provato a tirar fuori l'essenza mitica e simbolica del martire – spiega Ballerini - ispirandomi a un personaggio emblematico come il Battista, che è figura christi per eccellenza”. Per rappresentare il protagonista è stato scelto Ivan Franek, eccellente attore ceco già protagonista di “Brucio nel vento” di Silvio Soldini. Marco Baliani e Flavio Bucci arricchiscono il cast nei ruoli rispettivamente di un inquietante capo dei secondini e di uno psicotico direttore della prigione. Proprio il diario di Bobby Sands è stato la scintilla che ha spinto Ballerini a decidere di portare questa storia sullo schermo: “sul piano artistico la difficoltà consisteva nel provare a rendere la stessa forza delle memorie di Sands in un film ambientato in luoghi resi astratti per riduzione, privi di tutto ciò che è necessario per rimanere umani. Per un autore si trattava di una sfida avvincente”.