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openbook.gif (2319 byte)    GENNAIO 1998

IL MINISTRO MOWLAM IN VISITA NELLE CARCERI


10 GENNAIO

Abbiamo deciso di pubblicare per intero l’articolo di Antonio Polito sul carcere di Maze, poiché racchiude tutti gli stereotipi della stampa italiana sulla questione nordirlandese, e la pessima abitudine di Repubblica di romanzare gli avvenimenti.
La prigione di Maze, una delle più sicure d’Europa, viene descritta come un centro di ricreazione dove individui folli, assetati di sangue ordiscono losche trame che impediscono di raggiungere la pace. Esilarante la descrizione dei comfort della prigione, tanto che sorge spontaneo suggerire allo stesso Polito un breve soggiorno nella stessa, sicuramente più accogliente di un Club Med. Non mancano i riferimenti al concetto di guerra civile relativo al conflitto e sconcertante è il riferimento alla situazione algerina accostata al Nord Irlanda. Se Polito avesse almeno una vaga conoscenza degli avvenimenti irlandesi saprebbe che lo strumento carcerario nei confronti dei soggetti accusati di appartenenza a gruppi paramilitari è ed è stato uno dei meno garantisti nel mondo, arrivando a prevedere l’internamento senza processo, i tribunali senza giurie, la tortura nelle caserme. E’ vero che in Maze i vari gruppi paramilitari sono concentrati in settori dove possono parzialmente associarsi, ma è assolutamente infondato che essi detengano il controllo delle organizzazioni paramilitari direttamente dal carcere.

La Repubblica

Il ministro convince i terroristi
Antonio Polito da Londra

"Benvenuti nella prigione di Maze, il paradiso terrestre dei terroristi, il più alto concentrato di odio e di sangue d’Europa. Al suo confronto, l’Asinara o l’Ucciardone sembrano delle scuole per educande. 560 duri, assassini, bombaroli, organizzati in fazioni militari, di una parte e dell’altra, in perfetta forma fisica, allenati allo spasimo in palestre da culturisti, dotati di telefonini e di armi ogni volta che vogliono, pronti a scannarsi tra di loro ogni volta che possono. Il problema nordirlandese sono loro. Fuori da questa prigione tutti vogliono la pace, dentro tutti vogliono la pace eterna per l’avversario. Ieri un ministro del governo di Sua Maestà, la signora Mo Mowlam, per la prima volta nella storia del Regno Unito, ha varcato la soglia di quel carcere, si e’ seduta di fronte a un ergastolano protestante dalla lunga criniera che ha ucciso sei cattolici, sparando con una Browning e lanciando granate sulla folla di un funerale, a un fanatico biondo con l’orecchino che chiamano “Cane Pazzo” e ad altri due sanguinari ricoperti di tatuaggi dalla testa ai piedi. E ha avviato il più incredibile dei negoziati, riuscendo a far cadere il veto dei detenuti protestanti che bloccava il processo di pace avviato dal governo Blair. Senza il loro sì, il cessate il fuoco sarebbe saltato, e in Ulster sarebbe scoppiata una nuova guerra civile. Mai come stavolta l’essenza del problema nordirlandese è stata svelata oltre ogni ipocrisia: chi decide sono loro, i detenuti di Maze.
Chiunque abbia visto un film o letto un libro su Bobby Sands, il martire dell’IRA che proprio in queste celle si lasciò morire con un drammatico sciopero della fame, sa di cosa si tratta. Per gli inglesi che ancora non lo sapevano le immagini delle TV, gentilmente accolte dai detenuti per mostrarsi in tutto il loro splendore guerrigliero, sono state uno choc. Il famigerato “Blocco H” era il gioiello della lady di ferro, l’inferno di disciplina orwelliana che doveva spezzare la fibra morale e fisica dell’IRA. Contro tutto questo insorse Bobby Sands, fino al sacrificio finale, raffigurato come un novello Gesù sui manifesti dell’IRA. Ma da allora in poi “il carcere più sicuro d’Europa” è piano piano diventato una specie di ostello per terroristi, la loro ”comune”, una comoda, confortevole, accogliente università dell’odio; praticamente autogovernata dai detenuti. Le porte delle celle non sono mai chiuse, i detenuti sono liberi di girare a loro piacimento, le loro guardie devono chiedere il permesso anche per contarli. Ogni blocco è gestito da una fazione militare. Sulle pareti campeggiano murales e gagliardetti, raffiguranti uomini incappucciati e armati che invocano kill ‘em all, uccidili tutti. Ogni stanzetta è equipaggiata di TV, radio, computer, personalizzata, con pittura o carta da parati secondo il gusto dell’inquilino. In qualcuna c’è anche il cellulare, per rilasciare interviste a giornali radio del mattino. I detenuti vestono i propri vestiti, scelgono il proprio personale menu. Se vogliono un barbecue a mezzanotte, se lo fanno. C’è sempre chi porta un po’ di whisky, contrabbandato dall’esterno o addirittura distillato in carcere, e un po’ di marijuana. Pare che i protestanti siano più severi nell’uso delle droghe, dovendo esercitarsi quotidianamente ai pesi nella stanzetta trasformata in palestra. Se vogliono prendere lezioni su come si fabbrica una bomba, frequentano le scuole del loro gruppo. Se vogliono un po’ di sesso con le loro donne, le ricevono in cubicoli dove non sono ammessi né agenti di custodia, né telecamere di sorveglianza; “Ma ci scambiamo solo qualche bacio e qualche carezza”, giurano. Se vogliono un’arma, se la fanno portare, magari una piccola Derringer, la pistola che i bari del vecchio West nascondevano nella manica, così piccola da poter passare i controlli celata tra i vestiti di una visitatrice. E’ stata un’arma così a far fuori Billy Wright, “Re Sorcio”, il fanatico capo protestante la cui uccisione in carcere ha scatenato l’ultima ondata di attentati e di vendette. Gli agenti di custodia ci pensano bene, prima di disturbarli. Una dozzina di loro è stata uccisa. Altri otto si sono suicidati. Altri ancora trasferiti, perché sgraditi ai capi fazione. Questa prigione è il vero cancro nel dramma nordirlandese. Nessuno degli ospiti si considera un assassino o un terrorista. Sono tutti rispettabilissimi prigionieri di guerra. Ogni esecuzione, ogni bomba, ogni vendetta viene decisa qui dentro. Sono i padroni della pace e della guerra in Ulster e da oggi, riconosciuti come interlocutori del governo britannico, lo sono anche ufficialmente. Tutto ciò rischia di far saltare i nervi all’opinione pubblica britannica , già molto incerta sull’opportunità di spendere soldi e vite umane inglesi per tentare di evitare che gli irlandesi si uccidano tra di loro. La signora Mowlam, entrando nel carcere, lo sapeva bene. In un’intervista televisiva ha detto: “So che sarà difficile spiegare quello che sto facendo a molti, a partire da mia madre”. Figurarsi alle madri delle vittime dei gentiluomini che oggi ha ricevuto. Una di loro ha detto: “E’ come se mi avessero messo un coltello nel cuore e continuassero a girarlo”. Ma che altra strada aveva, la signora ministro? Sul piano diplomatico quella prigione rappresenta le Forche caudine della pace in Ulster. Il ministro doveva rompere l’ultimo tabù, cancellare il “non si tratta con i terroristi” e sperare in Dio. Che, da Lunedì, è auspicabile che partecipi personalmente ai colloqui di pace così faticosamente salvati. La signora Mowlam esce come una trionfatrice: ha compiuto un gesto disperato e coraggioso. Anche sul piano fisico. Ha dovuto pronunciare la parola “scarcerazione”, anche se l’ha condizionata all’andamento della trattativa. E ha vinto la scommessa. Da oggi diventa l’eroina del governo Blair. Ma da oggi i terroristi di entrambe le fazioni sono più forti. E quello che lascia sconcertati è la soggezione con cui la società civile e politica dell’Irlanda del Nord subisce il ricatto di questa setta di fondamentalisti, di questa piccola Algeria che tutta la settimana parla inglese, va alle partite e fa lo shopping. Salvo poi imbracciare un fucile nel weekend, far fuori un essere umano di un’altra confessione, e brindare alla sua morte."


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ultima modifica 12 aprile 1998